Greta Scarano: «La fatica (da giurata a Venezia) è il meglio»

Grintosa e disciplinata come un soldato, si lamenta solo quando deve sfilare sul red carpet, ma per il suo incarico in giuria al Festival del cinema ha dovuto stipare le valigie di abiti da sera: l'attrice di Romanzo criminale e Suburra è comunque più contenta se può sgobbare: «Così il successo ha più sapore»

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Per uno strano karma, incrocio sempre Greta Scarano nell'afosa e desolata estate milanese (lei invariabilmente fresca come una rosa, apparentemente indifferente alla canicola), impegnata nella stessa missione ostile: provare abiti in vista della Mostra del cinema di Venezia. L'ultima volta, due anni fa, si preparava a presentare, nella sezione Orizzonti, Senza nessuna pietà, esordio alla regia del suo compagno, l'attore Michele Alhaique, film di cui era l'intensa protagonista accanto a Pierfrancesco Favino. Stavolta, alla 74ma edizione della rassegna veneziana Greta partecipa da giurata del Premio Opera prima, posizione che ha fatto lievitare sensibilmente la dotazione di toilette da red carpet da mettere in valigia.

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Ma non è questo il genere di frivolezze con cui s'intrattiene la giovane attrice romana lanciata da Romanzo criminale e In treatment, che un tempo, prima di calcare il tappeto rosso, correva a bagnarsi i capelli guastando il sapiente lavoro degli artisti del trucco e parrucco: «Davanti alla macchina da presa sono al mio posto, comunque mi addobbino. È questo aspetto mondano il vero lavoro», confessa la più dura e pura del cinema italiano, che studia da attrice da quando aveva cinque anni e che, nel bilancio dei due appena trascorsi annovera con sobrietà solo le tappe squisitamemente professionali. A partire da Suburra, di Stefano Sollima, che l'ha scoperta in Romanzo criminale: «Il film che è stata la mia fortuna, e che mi ha messo alla prova».

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Con un personaggio estremo e passionale.

Paradossalmente quell'esperienza mi ha insegnato a perdere il controllo, un passaggio cruciale per una razionale come me: in una delle ultime scene, quando Alessandro Borghi, che era il mio fidanzato, muore e il mio personaggio prova per la prima volta l'eroina in vena, ho vissuto un'esperienza quasi di trance: la mia psicologa dell'epoca mi spiegò che il coinvolgimento emotivo era stato talmente forte che dovevo distaccarmi da me stessa. Eppure, di quella situazione, come un po' di tutto il film, ricordo ogni momento. Quando sento la colonna sonora ancora mi emoziono.

Dall'eroina alla cocaina di La verità sta in cielo di Roberto Faenza, sul rapimento di Emanuela Orlandi.

E non c'è persona più lontana di me da quel tipo di alienazione: sarà una specie di contrappasso, che mi costringe a spaccarmi la testa su video e documentari terribili sui tossici: alla fine mi era quasi passato il terrore degli aghi. Ora è tornato. Nel film di Faenza ero Sabrina Minardi, compagna del boss della Magliana Renatino De Pedis e testimone chiave del caso Orlandi. Lì la sfida è stata quella di mettermi in mostra, oltre che cocainomane, la Minardi era una bella donna, vistosa e piuttosto promiscua.

Greta Scarano nel film di Stefano Mordini, su Emanuela Loi, la poliziotta della scorta di Paolo Borsellino uccisa nella strage di via D'Amelio, su Canale 5 a fine autunno.
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Come è messa ad autostima?

Bene.

Modestamente...

È una conquista. Se mi guardo indietro, sorrido perché ho sofferto tanto. Ho sempre pensato di avercelo, il talento, ma questa non è una cosa che puoi dirti da sola. All'inizio la mia più grande frustrazione era quella di non essere conosciuta.

Inseguiva già la fama?

No, è fuori strada. Soffrivo del fatto che nessuno sapesse di che cosa sono capace. Mi sono impegnata tantissimo, lavorando, studiando, guardando tutti i film del mondo. Sono stata dura con me stessa, durissima. Senza tregua. Poi ho avuto la fortuna di fare Romanzo criminale e altre cose bellissime che mi hanno dato notorietà. Ora sono più serena: chi mi guarda sa chi sono. Faccio ancora fatica, ma dentro di me c'è sempre quella persona saggia che cerca di fare la brava.

Mi sembra già piuttoso disciplinata e giudiziosa.

Il nostro è un mestiere stressante, e i momenti in cui non lavori sono i più difficili, bisogna stare molto centrati, mantenere la calma leggendo cose belle, frequentando le persone care, cercando di essere sempre molto sportivi. Altrimenti fai sciocchezze, o accetti brutti film. A volte a me basta pensare ai miei mille piani B.

Quali piani B?

Che ne so. Magari vado in America a fare la commessa, sarebbe una delusione, ma uno deve sempre riprovarci.

Se mi guardo indietro sorrido, ma ho sofferto tanto: ho sempre pensato di avercelo, il talento, ma non è una cosa che puoi dirti da sola e allora mi sono impegnata moltissimo, senza tregua

Ha studiato recitazione negli Stati Uniti per un anno durante il liceo, ci pensa mai davvero a tornarci?

Quell'anno ha segnato la consacrazione della mia vocazione. L'America è un obiettivo sempre lì, su un piedistallo.

A Venezia presenta anche un corto realizzato da Sydney Sibilia per Twin Set - Smetto quando voglio. Ad honorem, al cinema dal 30 novembre 2017- sul tema del lavoro precario e della sfrenata competizione che genera. Per gli attori come lei la precarietà è uno stato d'animo.

Nel mio caso anche un incentivo a fare meglio, so che non è così per tutti, vivere senza stress è meglio. Ma se avessi la certezza di fare un film al mese, non sarei così appassionata e vorace. Quei dolorosi momenti di stallo rendono ancora più gratificante ogni lavoro che arriva. Mi piace sudarmele le cose che ottengo, hanno molto più sapore.

Qual è la benzina che alimenta quest'instacabile energia?

Il desiderio di trasmettere le emozioni che io stessa provo da spettatrice. Che sono indicibilmente intense: ogni volta che vedo una cosa bella, mi dico: devo riuscire a farla anche io, voglio far sentire così le persone che mi guardano. E quelle che mi strappano stupore e meraviglia sono così tante: la strada è lunga.

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