Marion Cotillard: «Il cinema non mi voleva, poi è arrivato Tim Burton»

L'attrice, a gennaio 2017 nelle sale italiane con Allied - Un'ombra nascosta, racconta la sua vita divisa tra set e famiglia ricordando gli inizi della sua carriera: «Sognavo Hollywood ma non mi voleva nessuno, la svolta è stato Big Fish»

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Giusto il tempo per Marion Cotillard di entrare in sala stampa e abbagliarci con la sua aura radiosa di neomamma, la bellezza da Madonna e un irresistibile cocktail di sicurezza professionale, galloni conquistati sul campo (Oscar, Golden globe, Bafta e César) ed eleganza innata, e l'attrice parte in contropiede per zittire la folla di giornalisti affamati di gossip. Per quanto smentita con decisione, la sua presunta relazione con Brad Pitt durante le riprese di Allied - Un'ombra nascosta, alla vigilia del divorzio di lui da Angelina Jolie, è stata a lungo sulla bocca di tutti. «Brad Pitt è un attore meraviglioso, una persona squisita, oltre che un caro amico», anticipa con aria di sfida, sfanalando occhi più azzurri che mai.

La scena di sesso è stata la più facile da girare: Brad e io avevamo provato mille volte i movimenti dei nostri corpi.

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«Per quanto riguarda la fatidica scena di sesso, posso dirvi che è stata una delle scene più facili da girare, visto che abbiamo studiato e provato mille volte i vari movimenti dei corpi, come abbassarsi, dove girarsi, chi baciava chi. E quando è stata ora di girare la scena, abbiamo solo aggiunto i sentimenti dei nostri personaggi. Tutto qui». Marion Cotillard non svicola, affronta. Questione di grinta e di esperienza: nata in una famiglia di artisti, ha iniziato a recitare in teatro giovanissima. A 16 anni è stata ammessa al Conservatorio d'arte drammatica di Orléans, due anni dopo debuttava in televisione. Poi il cinema: solo nel 2003 Taxxi, Big fish e Amami se hai coraggio, a fianco del futuro marito Guillaume Canet. Cinque anni dopo, è arrivato l'Oscar per La vie en rose, film recitato non in inglese, impresa riuscita solo a Sophia Loren ne La ciociara. In questi giorni è al cinema in È solo la fine del mondo, del giovane cineasta canadese Xavier Dolan, presentato al Festival di Cannes 2016.

Marion Cotillard e Brad Pitt.
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Il primo appuntamento dell'anno è il 4 gennaio 2017: la vedremo accanto a Michael Fassbender in Assassin's creed. E subito dopo, il 12, esce Allied - Un'ombra nascosta, in cui è una spia, moglie di Brad Pitt.

Che oltre a essere una storia originale, in un mondo di sequel e remake, parla d'amore e sentimenti complessi e e attuali come tradimento, responsabilità, fiducia. Ho letto la sceneggiatura quattro anni fa, mi è piaciuta molto perché, oltre a essere avvincente, era anche divertente e allo stesso tempo profonda.

È un film emotivo, di complotti e passioni, ricorda il genere di cinema della golden age di Hollywood.

E io sono cresciuta proprio amando il cinema americano degli anni Quaranta e Cinquanta. I miei genitori ammiravano molto Greta Garbo, Katharine Hepburn, Audrey Hepburn e Ingrid Bergman, donne dal talento straordinario, anche fuori dal set: per me erano dei modelli. Non ho mai sognato d'essere una principessa, ho sempre voluto fare l'attrice, quello era il mio sogno.Col privilegio di sfoggiare una certa allure, indossare abiti eleganti, come i costumi straordinari di questo film.

Marion Cotillard con il marito Guillaume Canet.
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Sembra che la costume designer Joanna Johnston le abbia cucito gli abiti addosso.

È stata una bellissima esperienza, raramente nei miei film passati sono stata così raffinata. Ci siamo intese al volo io e Joanna, anche lei è una grande fan di Greta Garbo. Abbiamo avuto lunghe conversazioni sull'importanza dell'uso di certe stoffe, del taglio dei vestiti, perché gli abiti in un film rivelano subito la personalità del personaggio. Il guardaroba qui aggiunge molto alle emozioni della mia Marianne: femminile in modo sottile, senza essere troppo sexy. Ogni costume aggiunge spessore a una determinata scena, influisce anche sul modo di muovermi, sui gesti che compio. Mi sono divertita molto, Joanna ha reso il mio lavoro molto più interessante.

I suoi genitori sono entrambi attori, sono stati loro a incoraggiarla a recitare?

Sono cresciuta circondata da attori, persone che, quando non recitavano, amavano raccontare delle storie. Casa nostra era animata da un'affascinante energia, era un mondo meraviglioso, non ci si annoiava mai. Quando mia madre non trovava una babysitter, portava me e i miei fratelli a teatro e lì sul palco la vedevamo trasformarsi in una creatura fantastica. A volte faceva un po' paura, a volte faceva ridere, ma ci faceva comunque sognare, ci sorprendeva sempre.

Sognavo Hollywood ma nessuno mi chiamava. Stavo per lasciare il cinema per Greenpeace quando è arrivato Tim Burton.

Si ricorda la sua prima volta sul palcoscenico?

Benissimo, anche se avevo solo quattro anni. Eravamo a teatro e il regista mi chiese di avvicinarmi a una donna sdraiata per terra. Nella finzione della scena stava morendo e io dovevo far finta di piangere perché era mia madre. Ero molto confusa perché in realtà la mia, di mamma, stava benissimo. Ricordo che il regista mi disse di non preoccuparmi, stavamo solo giocando, dovevo solo far finta di essere triste. Per la prima volta ho capito cosa volesse dire recitare, far credere agli altri qualcosa che non è vero, sentirsi liberi, fare spettacolo.

Marion Cotillard agli Oscar 2015.

È vero che ha quasi smesso di recitare, perché non riusciva a lavorare con i registi che amava?

Sì, ho sempre desiderato lavorare con Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Tim Burton, David Lynch e Steven Spielberg: E.T. è uno dei miei film preferiti. Lavoravo molto in Francia, ma nessuno negli Stati Uniti mi considerava un'attrice. Quando ho compiuto 27 anni, ho detto al mio agente che avevo trovato lavoro con Greenpeace e che avrei smesso di fare audizioni. Mi convinse a fare l'ultima, per Big fish, di Tim Burton. Per qualche motivo gli sono piaciuta e mi ha dato la parte. Grazie a lui ho iniziato a ricevere offerte interessanti, come Una lunga domenica di passioni di Jean-Pierre Jeunet, Un'ottima annata di Ridley Scott e, fortunatamente, anche Olivier Dahan, che mi ha voluto a tutti i costi per la parte di Edith Piaf in La vie en rose, anche se nessuno pensava che sarei riuscita in un ruolo così complesso. Non è stato facile, ma sono contenta di averci creduto.

Preferisce i blockbuster di Hollywood o i film francesi indipendenti?

Mi piace variare. Più che il film, per me è importante il regista: per risultare autentica, dare il meglio di me, ho bisogno di sentirmi alla pari, devo fidarmi di chi mi dirige e lui di me. Non è facile, mi è capitato di lavorare con registi che volevano controllarmi completamente, ma con loro non ho vinto nessun Oscar.

Lo ricordi ai prossimi che la dirigeranno.

Me lo segno. Ma per ora torno a fare la mamma.

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