Ethan Hawke racconta i suoi film: «La paura fa parte di noi»

L'attore, spesso protagonista sul grande schermo, racconta il suo punto di vista su uno dei temi ricorrenti nei suoi film: «Ecco perché ci piace provare paura»

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Ethan Hawke ha le idee chiare sui film: «Ogni tanto capita di scommettere su una persona, così è stato con Alejandro Amenábar», dice. «Avevo visto i suoi film precedenti, The others, Mare dentro e Agora e mi hanno colpito per la loro originalità. Così quando mi ha proposto la parte di protagonista in Regression ho deciso di lavorare con lui». Nella pellicola Ethan Hawke interpreta un poliziotto chiamato a indagare su un padre che non ricorda di avere abusato della figlia, interpretata da Emma Watson. E si infila in una spirale ossessiva che riguarda un circolo di presunti satanisti dediti a sacrifici umani. «Quello che mi sembrava interessante era il fatto che Alejandro volesse esplorare il mondo della superstizione. Regression cerca di capire di cosa abbiamo paura, perché ci piace o non ci piace avere paura di qualcosa, e quanto tutto ciò sia un tratto della nostra personalità».

Il cinema è finzione e non può mettere in scena un'accurata ricostruzione dei fatti.

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La carriera di Ethan Hakwe è imprevedibile: salta con facilità da pellicole indipendenti e filosofiche come Boyhood o la trilogia cult di Prima dell'alba di Richard Linklater ad altre che puntano al cuore del box office come Sinister o La notte del giudizio, e quando lo incontriamo al Festival di Toronto glielo facciamo notare. «La prima ragione per cui alterno gli uni e gli altri è pratica», ammette sincero. «Se giri solo film indipendenti prima o poi vai in bancarotta. L'altra però è che io amo davvero il cinema, e la mia passione non si limita a un solo ruolo: sono curioso, onnivoro direi».

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Tra l'altro sembra non fermarsi mai. Quest'anno è prevista l'uscita di suoi sette film..

Oggi lavoro molto più di un tempo, ma il motivo è dovuto a come si è trasformata l'industria. La tecnologia permette di girare in tempi molto più rapidi e la competizione sfrenata tra case produttrici mette sempre più pressione agli attori per promuovere i film, perché è diventato sempre più difficile incassare.

Ethan Hawke

Eppure lei non rinuncia mai ai film difficili. L'ultimo è Born to be blue (data di uscita e titolo italiani ancora da definirsi), la biografia della leggenda del jazz Chet Baker...

Baker è un personaggio cui pensavo da tempo. Avrei dovuto scrivere un film su di lui con Linklater anni fa e poi non se ne fece più niente. Ma ogni volta che ascoltavo la sua musica avrei voluto conoscerlo: non era il migliore trombettista o cantante della sua epoca, ma c'era qualcosa di commovente e autentico nelle sue performance. Così ho accettato, anche se a dire il vero odio le biografie al cinema.

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Perché?

Quasi sempre mi sembrano opportunità per esaltare la performance di un attore, più che per creare un film da ricordare.

È difficile interpretare qualcuno esistito davvero?

Il cinema è finzione e non può mettere in scena un'accurata ricostruzione dei fatti. Questo non è un film su Chet Baker, ma sulla sua leggenda.

Come se ne esce?

Will Smith non può boxare come Muhammad Ali, ma può interpretare il suo amore per il pugilato. Io ho tentato di fare lo stesso, trasmettere la passione di Chet per il jazz e la tromba. Ho anche studiato lo strumento, ma non sono un granché.

Su Baker circolano molte leggende. Chi era davvero?

Ho cercato di comunicare il suo sforzo di mettere tutto la propria passione nella musica senza riuscire, per colpa della droga, a farsi amare dalle persone che gli erano vicine. È difficile per chi non ha rispetto di sé ricevere l'affetto di qualcun altro. A lui interessava solo drogarsi e suonare. Il jazz era la sua vita e purtroppo lui aveva sviluppato questo vizio per cui non riusciva a esibirsi senza prima farsi.

Perché secondo lei?

La vita di un artista spesso comporta il problema di come tenere a bada l'ansia. E le droghe aiutano, basta vedere quanti ne hanno fatto uso, da Amy Winehouse a Kurt Cobain. Alcuni degli eroi, cui mi sono ispirato in momenti diversi della carriera, si sono rovinati con la droga: River Phoenix, il mio primo collega sullo schermo, uno dei migliori attori della nostra generazione. E poi Philip Seymour Hoffman. La sua morte mi ha particolarmente colpito. È incredibile per me vedere quanto la fatica che facciamo nella vita per fare i conti con noi stessi, per alcune persone è devastante.

Cosa succede loro?

Il problema è che molti, come Baker, si convincono di poter accedere al proprio talento solo attraverso queste sostanze. Io non lo credo, ma per alcuni funziona così. Ho un amico che ha diretto Elizabeth Taylor e mi ha raccontato di come lei pensasse di essere più brava a recitare quando era ubriaca, anche se non era vero. Il fatto è che con l'alcol riusciva a rilassarsi.

Lei come tiene a bada l'ansia?

Impegnandomi per diventare un attore, una persona e un padre migliore: obiettivi che sono alla mia portata.

Ora ha studiato la tromba, in passato ha dovuto applicarsi ad altre attività. Quante di queste abilità le rimangono dopo che un film è finito?

Quasi nessuna, compresa la tromba. Finito il film, sono tornato al primo amore: la chitarra, che suono da vent'anni.

Che rapporto ha con la musica?

Ho un legame fortissimo, da sempre, e a volte mi aiuta sul set. Nel 1994 quando girai La leggenda di Zanna bianca, mi portai sul set 500 cd.

Che cosa ascolta?

Ascolto moltissimo il jazz, mi piacciono le cose difficili.

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