Adam Driver e la scelta tra il successo e la strada (gli è andata bene)

Il cattivo di Star Wars poteva essere tante cose nella vita - un marine, un homeless, una star - per fortuna è diventato un attore famoso, anche se ama le storie normali, come quella del suo nuovo film, Paterson, al cinema dal 29 dicembre 2016

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Adam Driver è in vena di scherzare: «Non ho mai scritto poesie. Non credo assolutamente nell'amore e nelle relazioni: possono essere estremamente deleteri, soprattutto per le finanze». Lo incontriamo al festival di Toronto per parlare di Paterson, il film di Jim Jarmusch in uscita il 29 dicembre 2016, in cui dopo avere fatto tremare la galassia nel ruolo di Kylo Ren in Star Wars, l'attore è un semplice autista d'autobus che osserva il mondo e scrive poesie in un diario. La sua vita è scandita dalla routine lavorativa e dalla convivenza con Laura (Golshifteh Farahani), una donna piena d'energia che passa da un hobby a un altro e lascia al fidanzato il tempo di dedicarsi al suo cane o alle bevute serali con gli amici, riservando alla coppia il week-end per cenare insieme e andare al cinema.

Nel film Paterson al fianco di Golshifteh Farahani .
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«Quando ho letto la sceneggiatura pensavo che prima o poi sarebbe successo qualcosa: il cane che viene ucciso o l'autobus che va fuori strada», mi spiega Adam Driver, «perché viviamo immersi in una cultura in cui l'azione ha sempre il predominio sulla riflessione. Ma poi ho capito che il cuore di questo film era proprio in questa bellissima relazione d'amore, in cui ciascuno lascia al partner il necessario spazio di libertà. Ho pensato che fosse una storia molto coraggiosa».

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Pensa sia realistica?

Onestamente sì. È vero, spesso le relazioni non funzionano per l'attrito dei caratteri, ma conosco anche coppie che hanno trovato l'equilibrio che si vede nel film.

È questo che l'ha spinta ad accettare il ruolo?

L'ho fatto perché il regista è Jim Jarmusch. Lo ammiro fin da ragazzo. Ricordo che quando è uscito Coffee and Cigarettes ho guidato un'ora e mezzo per raggiungere il cinema d'essai più vicino a casa mia. Mi è sempre piaciuto il suo stile anticonvenzionale.

Come si rapporta al suo personaggio?

Lui ha scelto un lavoro ripetitivo perché gli permette di trovare altrove spazi creativi, e un po' lo capisco: anche nella mia vita ci sono elementi che hanno una struttura molto rigida, perché così quando recito posso sentirmi libero.

Nel ruolo di Kylo Ren in Star Wars VII, nelle sale italiane a dicembre 2017.
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E il suo rapporto con la poesia qual è?

In realtà ne ero piuttosto a digiuno e sono stato fortunato che Jim mi abbia introdotto a poeti e scrittori del calibro di Williams Carlos Williams o del contemporaneo Ron Padgett. Trovo curioso che nella poesia il linguaggio sia fondamentale, mentre il mio personaggio, come me, non parla molto. Lo trovo intrigante, perché poco visto al cinema.

Anche lei preferisce essere invisibile e passare il tempo ad ascoltare e osservare gli altri?

Da attore l'anonimato aiuta, perché è fondamentale osservare gli altri e carpire le sfumature della natura umana.

Quindi dopo Star Wars la sua vita sarà diventata più difficile…

È vero. Quando le persone hanno iniziato a guardarmi insistentemente il mio istinto è stato chiudermi in casa. Tutta questa fama un po' mi spaventa. Ha almeno altri due capitoli della saga davanti.

Come pensa di sopravvivere?

Grazie a mia moglie (l'attrice Joanne Tucker, ndr), che è una persona meravigliosa, ma anche al mio agente e ai miei amici, che mi hanno aiutato a superare le mie paure. In ogni caso cerco di ritagliarmi uno spazio di solitudine per starmene da solo, in modo da bilanciare tutta questa attenzione nei miei confronti.

Con la moglie Joanne Tucker.

Quindi dopo questa intervista che farà?

Andrò nella stanza accanto e inizierò a urlare per 10 minuti (ride, ndr).

Il suo personaggio in Paterson ha un passato da marine, come lei. Come è finito a fare il soldato?

Dopo gli attentati dell'11 settembre molti ragazzi della mia età si sono sentiti chiamati in causa: volevamo difendere il nostro Paese e per questo mi sono arruolato. Ma poi mi sono reso conto che fare il militare non ha nulla a che vedere con tutto questo. E quando sono stato congedato (dopo due anni, per la frattura dello sterno, senza mai andare al fronte, ndr) ho capito che potevo usare quell'esperienza altrove.

Vale a dire?

Essere un soldato significa fare parte di un gruppo che deve portare a termine una missione impossibile per un uomo solo. Ho applicato questo modello al lavoro di attore, che è solo uno degli elementi necessari, ma non sufficienti, alla riuscita di un film. Questa professione tende a gonfiare il tuo ego, ma io cerco di non badarci, perché quando pensi di essere importante diventa tutto più complicato. Su un set, come nell'esercito, c'è bisogno di essere guidati da una persona capace, sicura e che ha bene in mente ciò che vuole: solo così puoi sentirti utile alla causa. Per questo sono felice di lavorare con grandi registi come Jarmusch o Scorsese (nel prossimo Silence, ndr)

Perché ha deciso di fare l'attore?

Recitare mi interessava prima di arruolarmi, ma io sono cresciuto (con la madre divorziata, ndr) a Mishawaka, un paesino dell'Indiana dove fare l'attore non era una prospettiva realistica. Quando ho lasciato l'esercito avevo la falsa convinzione che i problemi della vita civile sarebbero stati una sciocchezza rispetto a quelli della vita militare. Così mi sono trasferito a New York e sono stato fortunato, perché poco dopo mi hanno preso alla Juilliard School (dove si sono laureati Kevin Kline, Robin Williams e Kevin Spacey, ndr). Tanto se fosse andata storta avevo già in mente un Piano B.

E cioè?

Sarei andato a vivere per strada.

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