Ambra Angiolini: «La mia famiglia Pokemon»

Due figli, una sorella acquisita e una magnifica rete di amiche nel paese in cui vive: la mamma single più tosta d'Italia raconta com'è reinventarsi una vita, con sfrontatezza e dignità, come ​la protagonista del suo ultimo film

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Ambra Angiolini sa fare delle ciambelle buonissime, fritte oppure dietetiche. Quelle che mi offre le ha preparate stanotte alle tre (sì, alle tre) per i suoi bambini, «e mentre impastavo lasciavo decantare certi pensieri fumantini». È la coda dolce di un weekend dedicato ai figli «col telefono in esilio, sul comodino», zeppo di corse in bicicletta e giochi di una volta, «ma abbiamo anche vandalizzato la casetta della Chicco con le bombolette spray e alla fine mi sono cimentata con il mio primo barbecue, un trionfo di Diavolina». 

Ambra Angiolini, 39 anni, dal 3 novembre 2016 è al cinema in 7 minuti, di Michele Placido. Abiti Max Mara.
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Ecco, se a questo punto vi aspettavate la cronaca dei suoi amori vecchi e nuovi, sappiate che di quello non ci interessa parlare (e a lei meno di noi). Qui si racconta solo di Ambra e della seconda cosa che le viene molto bene: fare squadra. Con i suoi collaboratori, con le donne del paese alle porte di Brescia in cui vive; con le mamme della scuola con le quali scambia dolcetti, peperoni sott'olio e figli. Ma il primo nodo della sua rete, il più solido, il più stretto, si chiama Nives, assistente personale, ex cognata, sorella acquisita. Che l'accompagna nella vita e nel lavoro: «Quando giro o sono in tournée nel Nord Italia mi riporta a casa ogni notte. Sennò ci muoviamo noi, spesso coi bambini, due io, tre lei, siamo una compagnia di ventura. È con lei che ho passato il primo Natale da mamma single». Non è un caso che si parli di reti femminili anche in 7 minuti, il film di Michele Placido in cui la vedremo al cinema (dal 3 novembre 2016) insieme a uno strepitoso cast. Tratto dalla pièce scritta da Stefano Massini (Einaudi), racconta la lunga giornata di 11 operaie tessili di un consiglio di fabbrica, messe dalla nuova proprietà di fronte di fronte a un aut aut: rinunciare a 7 minuti di pausa al giorno, oppure perdere il posto di lavoro. Un sacrificio che dapprima sembra loro trascurabile finché, conti alla mano, non realizzano che è in gioco qualcosa di molto più importante: la dignità.

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Ambra Angiolini ha 2 figli, avuti dall'ex compagno Francesco Renga e di recente le è stato attribuito un flirt con Lorenzo Quaglia. Abiti: Gucci, Levi's.

Lei è Greta, una delle operaie, ruvida e aggressiva. Che viaggio ha fatto per calarsi nei suoi panni?

Meno lungo di quel che pensa. Appena ho sentito che Michele (Placido, ndr) stava preparando questo film, mi ha preso un attacco di panico: lavoravo da un po' con lui, ero in tournée col suo spettacolo, Tradimenti, di Harold Pinter, è uno dei pochi che ha saputo offrirmi ruoli diversi dai soliti. L'idea che non avesse pensato a me sulle prime mi ha un po' disorientata. In più avevo avevo visto la versione teatrale di 7 minuti, diretta Alessandro Gassman, a Bologna. Ho pensato: non può essere un caso, io questa storia l'ho scelta. Infatti un giorno mi ha chiamato Federica Vincenti, sua moglie e produttrice del film, per dirmi: «Sappiamo che sei in tournée, ma te la senti di girare la mattina a Latina e poi di andare la sera in teatro a Roma? Michele dice che ce la farai benissimo perché sei un soldato».

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Naturalmente se la sentiva. L'aveva anzi un po' chiamato, quel film.

Come tutte le cose che voglio davvero e poi succedono, anche questa aveva quel destino lì: si doveva avverare, forse perché in me esisteva già. Era un periodo complicato della mia vita: ho dovuto rimboccarmi le maniche, ma quella stanchezza quotidiana, lo scarso riposo mi hanno fatto bene. 

Che c'entra Ambra Angiolini con le lotte operaie?

Per il lavoro che facciamo, noi attori sembriamo sempre dei privilegiati; però, per quanto «precaria di lusso», nemmeno io so che cosa farò l'anno prossimo: sempre di precarietà parliamo. Certo, io posso permettermi anche di non lavorare per un anno, sto meglio di chi porta tutti i mesi a casa 600 euro lorde, ma so cos'è l'insicurezza. E poi c'era Greta, il mio personaggio

Anche lei la chiamava?

Non vedevo l'ora di metterci dentro tutta quella rabbia, la disperazione, l'istinto di mandare a quel paese tutti ogni cinque minuti; che poi non puoi, devi tapparti la bocca e allora fai altro. Greta fa boxe per scaricare la tensione. Tutte cose che sento, a me il disagio degli altri fa male anche quando sta a distanza di sicurezza, lo conosco, lo vedo anche qui; a Sant'Eufemia i miei figli frequentano la scuola pubblica, le donne che ho scelto di frequentare lavorano nei supermercati, a servizio, o nelle fabbriche e i loro sorrisi e la loro voglia di aiutarsi e di farmi sentire a casa io li apprezzo molto. Motivo per cui cerco di vivere, capire e condividere quella quotidianità che è un po' anche mia, senza colpevolizzarmi perché porto a casa di più, ma cercando di mettere a disposizione quel di più per una collettività che può essere migliore, se ognuno di noi si occupa un po' dell'altro. 

Si è mai chiesta che cosa avrebbe fatto lei al posto di Greta? Avrebbe accettato quel ricatto?

Purtroppo l'ho saputo subito, per le fiamme che mi abitano e mai riesco a spegnere, non c'è pompiere che tenga: so che sarei andata contro il sistema che ti obbliga a piegare la testa. Ancora di più nei panni di Greta, perché lei non ha figli e quindi più di altre può dire: che me ne frega, combatto. Anzi, deve cercare di tenere su anche chi in quel momento non può pensare solo per sé e dunque è più titubante.

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Anche lei alimenta gli incendi invece di spegnerli?

Eh sì. Mi rassicura sapere che resta tutto acceso, poi ormai, a 39 anni, so anche come si sta quando si va giù per certi crepacci, non ho più tanta paura di finirci.

Quali sono stati i suoi 7 minuti, nella vita o nella carriera?

Tutte le volte che qualcuno ha cercato di chiudermi in un posto, ricacciarmi indietro, e io ho fatto tutto quello che potevo perché non avvenisse, certe volte perdendomi per strada pezzi importanti: agenti che credevano in me, anche amici. Ma voglio sentirmi libera di pensare che nessuno può dirmi «ormai». È una parola che mi fa ridere. Come «ancora». Ci sono termini che mi piacciono di più.

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Quali?

Tutti quelli che hanno a che fare con il ricominciare, insistere, o cambiare strada, se quella che percorri in quel momento non porta da nessuna parte. Non c'è bisogno di disperarsi, è uno spreco di energie; magari è più utile cambiare rotta e tornare più tardi a rivedere come stavi e che cosa ti ha portato fin lì.

Per guardarsi un po' da lontano?

Anche, ma fondamentalmente perché abbiamo bisogno di uscire dai pensieri circolari: di qualche ossessione siamo tutti un po' malati; spezzarla ti dà la possibilità di far entrare altro. E quello che entra può essere tremendo: o travolge ogni cosa o si rivela invece illuminante. In ogni caso mette in fuga tutto ciò che faceva i vermi. Ogni volta che lasci entrare qualcosa devi accettare questo rischio.

Ora in che fase è: in loop dentro un pensiero circolare o in libera uscita?

È tutto aperto, i buchi li faccio di notte, l'unico mio pensiero circolare sono le ciambelle.

Qual è il ruolo in cui si sente più a suo agio?

Questo tutta la vita (indica Nives seduta accanto a noi, e poco più in là i suoi figli, Jolanda e Leonardo, che guardano la tv, ndr). Il termine «mamma» riempie la bocca ed è poco rock and roll, ma dentro a questo ruolo spesso posso sentirmi anche molto cattiva o inutile, frustrata, magari quando non ho la testa di far brillare un po' la qualità del tempo passato insieme. L'unica arma vincente che ho è riderci sopra, sapendo che arriveranno altri weekend come questo. Posso ancora passare loro molte cose, come leggere a Jolanda un verso di Alda Merini e dirle che nel mio piccolo la penso anche io così.

Quale verso?

«Vedevo le mie coetanee desiderare un uomo con una gran macchina e tanti soldi. Nei miei desideri invece ero io quella potente». Ecco. Lei era già così e, secondo la gente, non aveva apparentemente nulla per potersi permettere di pensare di essere potente. Pur non avendo un'autostima sufficiente o un ego spiccato, ho sempre creduto anch'io di dover fare da sola qualcosa per me. Non ho mai pensato di farmi mantenere da un uomo. 

Basta vederla ora, qui coi suoi figli.

C'è gente che mi dice ancora: che bel coraggio che hai avuto. Ma quale coraggio? La vita è andata in una direzione, ho provato a fermarla, non ci sono riuscita, non ci siamo riusciti, alla fine abbiamo cercato di trasformare al meglio una strada sulla quale è esplosa una mina: puoi rimetterla a posto, si può fare.

Come l'ha spiegato ai ragazzi?

Parlandone con le altre - siamo in tante nella mia situazione in quella collettività di cui dicevo prima - siamo riuscite a scongiurare una serie di errori con i figli. Ho ben presente che noi famiglie separate rappresentiamo pur sempre un costume diverso dalla maggioranza: è come andare a una festa di carnevale vestiti da Pokemon e sentirsi in dovere di dare delle spiegazioni ad Arlecchino, perché lui è una maschera storica. Fuori di metafora: una famiglia non finisce perché non sei «vestito» come gli altri, la famiglia diventa un'altra cosa, ma ha sempre a che fare con le emozioni e l'amore.

In che modo?

Se lasciassi spazio al risentimento, al rancore, vivrei in un mondo di macerie: ce ne sono già tante in giro, io non ci voglio più vivere in quella roba lì, tanto meno voglio vederci vivere i ragazzi. Poi non c'è un cazzo da fare: mi piace di più amare.          

Ambra Angiolini, in RedValentino. Styling Maria Giulia Riva .

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