Virginia Raggi, alias l'onorevole Angelina

Il vecchio film di Luigi Zampa con Anna Magnani sembra una biografia della nuova sindaca di Roma

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Spazio libero è un luogo in cui Gioia! pubblica riflessioni, obiezioni, opinioni in libertà. Ecco le parole del giornalista e scrittore Michele Masneri.

«Si è già detto molto, quasi tutto forse su Virginia Raggi, la trentasettenne sindaca (ci tiene molto al femminile) di Roma, e però nessuno ha ancora tirato fuori un vecchio film che sembra una sua biografia neorealista, L'onorevole Angelina, pellicola di Luigi Zampa del 1947 con una Anna Magnani popolana disintermediatrice del rione Pietralata, che in breve tempo assurge a notorietà popolaresca e viene nominata sindachessa (non sindaca) della borgata.

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C'è abbastanza tutto: la diffidenza e la delusione per la politica tradizionale («questi politicanti è ora che prendano la via per l'estero», dice una delle sostenitrici della sindachessa Angelina); c'è il fastidio per i giornalisti, che nella pellicola vengono dal centro a vedere le condizioni disagiate delle borgate (anche Virginia Raggi viene orgogliosamente da Borgata Ottavia, periferia Nord di Roma). «Che vonno?», chiede una sòra. «Che hanno da volé, so' giornalisti, quelli vengono pe' impicciasse», risponde un'altra, esattamente in linea con la policy di comunicazione pentastellata. E le battaglie per l'acqua pubblica - l'onorevole Angelina mette su subito una protesta per far attivare i rubinetti dei cassoni. Poi provvede a far modificare il percorso dei bus, che finalmente arrivano in borgata - come farà la sindaca Raggi con la disastrata Atac, l'azienda terremotata dei trasporti pubblici romani, più vasta di un ministero, più decotta di un cassa del Mezzogiorno?

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Soprattutto anche in Angelina c'è un marito che soffre della nuova popolarità della consorte, qui Pasquale, un vice-brigadiere della Pubblica Sicurezza a cui a un certo punto tocca pure arrestarla, la moglie, quando va a occupare gli alloggi sfitti di un palazzinaro senza scrupoli, il commendator Callisto Garrone. Va proprio in crisi il sor Pasquale, colpito nell'orgoglio (gli tocca pure cucinare, il suo orgoglio virile è ferito; alla fine decide di abbandonare il tetto coniugale, colpito nell'orgoglio e depressissimo); al contrario, il marito della Raggi vorrebbe tanto stare a fianco della sua Virginia/Angelina: il giorno della sua elezione ha pubblicato una lettera-appello sentimental-ricattatoria, tipo quanta strada abbiamo fatto insieme, proprio adesso non possiamo lasciarci (mentre lei probabilmente ha pensato: proprio adesso lasciamoci). Qualche giorno dopo, ha litigato con un blog romano molto noto.

Insomma, il marito di Angelina/Virginia ci darà - giornalisticamente - tante soddisfazioni. Ma l'apice delle due storie parallele arriva col confronto con i costruttori, vero potere forte romano: nel film, la sindachessa si scontrerà col perfido commendator Garrone; in una tipica scena alla Zampa, il palazzinaro la invita a cena, la illude e adula con cristalli e porcellane, tenta di corromperla e le rovina l'innocenza di onesta borgatara. Nel film, alla fine Angelina torna a casa e rinuncia alla politica, perché preferisce salvare la famiglia, e anche lì, «certe discussioni, che alla Camera se le sognano». Chissà come andrà coi palazzinari veri, all'onorevole Virginia».

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