Terrorismo: dall'attentato di Stoccolma all'Egitto, ecco le prove di guerra

Una raffica di attentati in Svezia, Egitto e Somalia ha seminato decine di morti e ha fatto crollare il mito dell'inviolabile sicurezza delle città scandinave

Ricapitolando. È poi successo davvero qualcosa di orribile in Svezia, come Donald Trump aveva sostenuto, sbagliando o spoilerando, un mese fa. L'ultimo camion assassino lanciato contro la folla (dopo Nizza e Berlino, passando per il suv di Londra) ha fatto quattro morti tra cui una bambina di 11 anni, e molti feriti, nel centro di Stoccolma. Il principale sospettato, un uzbeko di 39 anni padre di quattro figli, la cui domanda d'asilo era stata respinta, avrebbe confessato. Finisce così, insieme al mito dell'inviolabile sicurezza delle città scandinave, la leggenda di un Paese «perfetto», le cui politiche di integrazione sono state a lungo ritenute un modello.

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Nella vicina Norvegia le forze dell'ordine hanno disinnescato un ordigno artigianale in una fermata della metropolitana di Oslo e arrestato, per possesso di esplosivi, un diciassettenne di cittadinanza russa. In Egitto, dove a breve è attesa una visita del Papa, decine di cristiani sono morti straziati da una bomba e da un successivo attacco kamikaze in due chiese copte, durante le celebrazioni della domenica delle Palme. Il primo attentato, il più sanguinoso, è avvenuto a Tanta, a nord del Cairo; il secondo all'ingresso della chiesa di San Marco ad Alessandria. Entrambe le stragi, avvenute a breve distanza temporale l'una dall'altra, sono state immediatamente rivendicate dallo Stato islamico attraverso l'agenzia semi-ufficiale Amaq. Il presidente Al-Sisi ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e tre mesi di stato d'emergenza. Ma raffiche di attentati, con decine di morti, hanno insanguinato negli ultimi giorni anche la Somalia, che purtroppo c'è abituata e comunque fa meno notizia.

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Sullo sfondo, il rapido deterioramento della crisi tra Stati Uniti/Iran e Stati Uniti/Corea del Nord: l'attacco americano in Siria è stato giudicato da Pyongyang «un atto di aggressione intollerabile», nonché «la prova di quanto sia giusto continuare il nostro programma nucleare»; per tutta risposta, portaerei americane muovono verso la Corea e Donald Trump non esclude nessuna opzione. «Venti di guerra», li ha già ribattezzati qualche giornale.

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