Impariamo da Lena Dunham ad amare il nostro corpo senza l'aiuto di Photoshop

L'attrice è alla testa delle celebrities contrarie alla pubblicazione delle foto ritoccate, perché è importante accettarci, difetti compresi

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Tutta la verità, nient'altro che la verità. Si allarga il fronte delle star che non vogliono più bluffare sul corpo. In principio fu Kate Winslet, diventata star planetaria esibendo bracciotte tornite sotto abitini con maniche a sbuffo nel colossal Titanic. È stata lei la prima a fare outing. Insofferente ai gossip da red carpet, ha sempre dichiarato di ignorare i commenti sul suo peso e chiesto alla casa cosmetica di cui è testimonial di ritrarla così com'è, senza ritocchi al Photoshop. Se avesse dato ascolto a chi da ragazzina le diceva che con quel corpo poteva al massimo ambire a "ruoli da grassa" – ha confessato ai Bafta – oggi non sarebbe lì dov'è, cioè nella top list degli attori più richiesti di Hollywood. 

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Lena Dunham, da sempre dura e pura dell'adipe sbandierato (nella serie tv Girls c'è un tale sfoggio di cellulite e carni tremule, che non si può non pensare a una dichiarata rivendicazione sovversiva rispetto al pensiero-normopeso-dominante), è entrata nell'agone a gamba tesa. In un post indirizzato la scorsa settimana al quotidiano spagnolo El Paísha espresso tutto il suo disappunto nel vedersi ritratta in forme ridotte e mendaci. Peccato che quella foto fosse arrivata al giornale proprio così, con l'autorizzazione del fotografo, dell'agenzia e anche del suo publicist: insomma nessuna manipolazione da parte del giornale. Tante scuse, Spagna, «ma è davvero una strana sensazione vedere un'immagine e non sapere se quello è proprio il tuo corpo… Voglio essere onesta riguardo a chi sono», si è giustificata Lena.

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Shailene Woodley, deliziosa attrice 24enne taglia 42, una che non deve nascondere né ciccia né rughe, nell'intervista che ha rilasciato al nostro giornale, ha detto: «Una volta ho visto su una rivista una ragazza che si supponeva fossi io, ma aveva labbra che non erano mie, tette di tre taglie più grandi, pancia scolpita e pelle trasparente. Ecco: io non ho quella pelle e ho pure la pancetta». Se non ce lo avesse detto lei, noi non ce ne saremmo mai accorti. La verità è che ci siamo disabituati ai corpi veri. O assuefatti a quelli finti. Insomma abbiamo perso l'abitudine all'autenticità. E per quanto dichiariamo che non ne possiamo più di modelli perfetti e irraggiungibili, di fatto stigmatizziamo i "portatori sani di difetti". Le over 60 senza aiutino sono anziane signore che "accipicchia, quant'è brutta la vecchiaia"; le XL risolte, autolesioniste senza forza di volontà. 

A inizio febbraio è uscito sul New York Times un interessante pezzo di Sarai Walker, dal titolo: Yes, I'm fat. It's Ok. I said it.  Sarai Walker è una bella ragazza dagli occhi verdi e il corpo rotondo, autrice di un libro, Dietland, in cui rivendica il sacrosanto diritto non solo a essere e restare cicciona – cioè ribellarsi al destino di tutte le taglie oversize che si autoinfliggono una vita di frustrazione sopra una bilancia – ma anche a usare senza imbarazzo la parola fat. Una parola, nota la Walker, trattata come un insulto: «Amore, non dire a quel bambino che è grasso…». Talmente ne abbiamo paura, che pur di non dirla ci aggrappiamo ai sinonimi socialmente accettabili: curvy, morbido, burroso. Il punto è che per accettare "quel" vocabolo e non trovarlo offensivo, bisogna accettare la cosa in sé. E di questo parla il suo romanzo, di una donna sovrappeso che impara ad amare il suo corpo così com'è. «Sono diventata l'involontaria ambasciatrice di questa rivoluzionaria idea che non c'è niente di sbagliato nell'essere grassa e femmina». O secca o rugosa o tappa, più tutte le altre cose che ci fanno sentire fuori sinc rispetto a come dovremmo essere. E femmine, certo.

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