Francesco Guccini è la mia Madeleine: con le sue canzoni torno adolescente

​Non fa più concerti, ma ha pubblicato un cofanetto con le sue vecchie hit, come Bruce Springsteen. E subito scatta l'effetto nostalgia

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Non esistono le generazioni. L'ho scoperto qualche mese fa, trovandomi con coetanei che non erano mai stati a un concerto di Guccini e trasecolavano all'idea che non fossero già negli anni Ottanta "roba da vecchi". Ho spiegato a sguardi scettici che veramente erano pieni di ventenni, negli anni Ottanta come nei decenni successivi, finché non ha smesso; e che io a 16 anni conoscevo solo sedicenni che sapessero tutto Guccini a memoria, «Si vede che voi frequentavate licei diversi». E invece avrei dovuto solo dire: «E se anche fossero da vecchi? Voi siete vecchi (e anch'io non è che sia più un fiorellino)». Se non esistono madeleines condivise da un'intera generazioneper chi si è formato quando c'erano pochi canali in tv, figurati adesso: tra vent'anni sarà impossibile trovarne due che siano cresciuti con lo stesso cartone animato. Ma il tuo – di cartone animato, di disco, di ricordo d'infanzia – sarà sempre il più denso, la tua Madeleine sempre la più profumata, la tua determinazione a pucciarla di nuovo nel latte sempre più forte man mano che invecchi.

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Non l'ho certo scoperto io: sulla nostalgia degli adulti per la loro adolescenza si sono fondati programmi televisivi (Anima mia) e cinematografie (da Sapore di mare a Notte prima degli esami). Ma me ne sono ricordata in questi giorni in cui, con la scusa di farmi i regali di Natale da sola, ho speso in cd una cifra che non spendevo da prima della morte della discografia, e l'ho fatto per riavere la me stessa quattordicenne – quella che limonava nello studio di papà sentendo The river, che Springsteen ha saggiamente ripubblicato in una megaedizione contando sui portafogli delle nostalgiche – e anche la me stessa diciottenne, che andava a sentire Guccini in concerto e non sapeva che da grande avrebbe dovuto accontentarsi di un cofanetto di cd.

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Siccome Guccini non fa più concerti, alla presentazione milanese del suo cofanetto c'erano centinaia di persone che, senza che lui cantasse, hanno fatto tutto quel che avrebbero fatto a un concerto: la fila per vederlo, e i cori sulle canzoni. Squarciagolavano «Trionfi la giustizia proletaria» reggendo il cofanetto per il quale avevano appena pagato 125 euro, e io pensavo che non si può pretendere coerenza dalla platea d'un concerto, neanche se è un concerto in cui quello sul palco si limita a firmare autografi sbuffando.

Li guardavo, per lo più ventenni di un'altra generazione, e pensavo che sembravano quei bambini che nei centri commerciali vanno a farsi la foto con Babbo Natale. Un Babbo Natale che ha smesso di fare il suo lavoro, ma gli vuoi ancora bene per tutti i regali che ti ha portato finché gli andava di guidare la slitta – che, ora che siamo cresciute lo sappiamo, è un lavoro usurante.

Foto: Getty

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