Megyn Kelly, la verità non basta

Megyn Kelly ha accusato di molestie sessuali il suo (ex) capo di Fox News, che è stato prontamente licenziato. Ma questo non basta fare di lei una vittima credibile

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Cara Megyn,

la verità non è tutto. L'ho pensato quando ho letto che anche tu – piuttosto clamorosamente – hai accusato di molestie sessuali Roger Ailes, il capo di Fox News. No, scusa, l'apposizione è ingenerosa: Roger Ailes è quello che vent'anni fa, insieme a Rupert Murdoch, ha inventato Fox News per assicurare anche ai repubblicani un canale che desse le notizie nella maniera in cui se le volevano sentir raccontare. Roger Ailes è altresì quello che ha deciso che eri sprecata in cronaca giudiziaria, e ha benedetto la tua carriera fino agli ascolti trionfali di The Kelly File, e le copertine dei giornali. Roger Ailes è infine quello che, a sentir te, quando hai posto a Donald Trump la famosa domanda sul sessismo – ora ne scrivo persino io, ma tu sei stata la prima: era novembre – non ha esitato un istante a dimostrarti solidarietà. Più che un mentore: un amico.

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Adesso invece sostieni che, dieci anni fa, Roger Ailes aveva infastidito anche te. E lo hai raccontato agli avvocati della Fox che già indagavano sulla denuncia per molestie di Gretchen Carlson, giornalista cui non è stato rinnovato il contratto. Quindi hai incoraggiato altre colleghe a confermare le accuse, per rivelare «l'altro lato della storia». Ailes, naturalmente, ti ha dato dell'ingrata – il maschio dà, il maschio toglie – ma il danno ormai era irreparabile: liquidato. Alla Fox sei rimasta tu. Sia chiaro, Megyn: io ti credo. Ti credo davvero. Solo che la verità non basta a renderti una vittima plausibile.

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La settimana scorsa è successa anche un'altra cosa: gravissima. Taylor Swift ha perso la sua innocenza. Dopo giorni passati a litigare sui versi di Famous in cui Kanye West la trattava da oggetto sessuale – rapper nero contro amichetta bionda: da che parte potevamo stare? – Kim Kardashian ha postato il video della telefonata in cui il marito chiedeva parziale permesso, e Swift garantiva oculato consenso. Da allora, Taylor Swift vacilla. Deve decidere se intignarsi a uscirne da vittima, o diventare abbastanza adulta da farsi carico del proprio cinismo. Tu che pensi di fare?

In una vecchia intervista a Vanity Fair dicevi di ispirarti a Oprah Winfrey perché «non si è mai crogiolata nel vittimismo. Non ha mai giocato la carta della razza, non ha mai giocato la carta del genere. Semplicemente: era troppo brava per essere ignorata». Sottintendendo: «Come me». Che puoi insultare chi definisce il congedo di maternità «un'estorsione», e contestualmente trovare sensato che una donna, tornata a lavorare dopo un anno, guadagni un po' meno di chi invece è rimasto sempre lì – «Ma se osi dirlo: anatema!». Servirebbe, Megyn, lo stesso pragmatismo, per ribaltare il vittimismo in esercizio di potere, e dimostrare come aver oculatamente incassato l'offesa, dieci anni fa, ti ha messo nella condizione di poter guidare il contrattacco, ora.

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