L'omofobia e il potere di un hashtag

Cosa succede se la Rai censura una scena di sesso gay da una serie tv? Dopo un taglio in una puntata di Le regole del delitto perfetto tutti hanno twittato #omofobia e così è stata rimandata in onda la versione integrale

Manhattan è un film del 1979. Ike, il personaggio interpretato e scritto e diretto da Woody Allen, s'innamorava d'una diciassettenne. Erano tempi molto diversi da ora: potevi raccontare la storia tra un adulto e una ragazzina senza che l'opinione pubblica sentisse il dovere d'inventarsi qualche hashtag sulla tua pedofilia

A un certo punto c'è una scena in cui i due sono con un'altra coppia: l'amico di lui e la sua amante adulta; la ragazzina dice che fa il liceo, e l'adulta dice «Da qualche parte Nabokov sta sorridendo». Era un riferimento alla giusta altezza: Lolita non era certo un consumo troppo spregiudicato per il genere di pubblico che andava a vedere un film di Woody Allen. Erano tempi molto uguali a ora: anche allora chi adattò il film pensò che per il pubblico italiano Nabokov fosse davvero troppo, e nel doppiaggio la battuta cambiò in un sospiroso «Sembra così lontano, il liceo». 

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Il "davvero troppo" è un concetto che cambia ma resta uguale: due settimane fa Rai 2 ha tagliato una scena di sesso gay dal telefilm Le regole del delitto perfetto. Lo sdegno collettivo è invece sempre uguale a se stesso, e scatta solo se c'è l'hashtag pronto. È bastato #omofobia, e Rai 2 ha replicato la puntata senza tagli. 

Anni fa dissi a qualcuno della Mondadori che Cinquanta sfumature era tradotto indegnamente e, considerato che sapevano sarebbe stato il libro più venduto dell'anno, avrebbero potuto investire due lire per farne una traduzione meno sgrammaticata. La risposta conteneva le parole «E secondo te avremmo venduto una copia in più, se fosse stato tradotto meglio?». 

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Il bestseller di quest'estate è il giallo La vedova (Einaudi). Contiene un numero di «gli», invece di «le», riferiti a oggetti femminili, tale da revocare al redattore la licenza elementare. Ora che ho capito il trucco, so che hanno ragione loro: non avrebbero venduto una copia in più, coi pronomi giusti. Ed è inutile fare polemiche che non rientrino in 140 caratteri: come hashtag, #grammaticafobia è debolissimo.

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