Michelle Obama, l'ultima first lady e la sua eredità

Ci ha insegnato a mangiare bene, a studiare meglio, a cucire assorbenti, a dare importanza ai fatti invece che alle parole: come lei non ce ne saranno più​

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Cara Michelle,

scusami tanto. Ero così impegnata a rimpiangere preventivamente quel presidente da palcoscenico che ti sei sposata – il quale, peraltro, sta compiendo i suoi giri d'onore con tale entusiasmo che a gennaio dovrete trascinarlo via, spero tu abbia pronto un programma diversificato di cantieri da fargli supervisionare per distrarsi – che non mi sono resa conto subito dell'inevitabile danno collaterale: te ne andrai anche tu. E con te il glorioso istituto della first lady.

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Non solo perché, nella migliore delle ipotesi, la prossima potrebbe chiamarsi Bill, e avere l'aria di quello che alla Casa Bianca c'è già stato, il capo di Stato l'ha già fatto, e adesso ti fa vedere il gioco di polso che serve per chiudere il passaggio segreto dello studio ovale senza spifferi. Non solo perché, nella più distopica delle ipotesi, la prossima potrebbe chiamarsi Melania, avere l'aria della modella di Postalmarket, l'affabilità di una Daniela Santanchè, e l'intenzione di chiedere al Donald una legge per placcare d'oro le rose del giardino. Qualunque cosa succeda di qui a quattro (più quattro) anni, mi pare verosimile pensare che più nessuna vorrà essere definita in base allo stato di famiglia.

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Il political-correttismo è un'ideologia fondata sul retweet, perciò troveremo senz'altro in fretta una maniera sintetica per identificare il ruolo del coniuge presidenziale nel rispetto delle sue precipue caratteristiche e competenze (un po' come si fa con i bambini più somari a scuola). E d'altra parte persino tu, otto anni fa, non eri sicura di voler fare la first lady a tempo pieno, e ti riservavi «il diritto di cambiare idea, se necessario». Invece hai cambiato il modo di fare la first lady. Hai preso le ansie primordiali delle mamme – che le bambine mangino bene, che le bambine studino di più – e le hai fatte diventare pubblicità progresso. Ha funzionato: mentre tu coltivavi l'orto, gli americani – dice il Journal of the American Medical Association – hanno (quasi) smesso di mangiare zozzerie.

 L'altra settimana sei andata in Africa con Sasha, Malia e nonna Marian per promuovere Let Girls Learn – «Siamo l'unità speciale delle ragazze Obama, abbiamo lasciato il presidente a casa perché è maschio» – e sottolineare come sapersi cucire gli assorbenti sia, da quelle parti, un'abilità essenziale per riuscire ad andare a scuola tutti i giorni. Io, che sono nata ricca e scema, non ci avevo mai pensato. Quante cose mi hai insegnato, mia Michelle. Che per cambiare i ruoli non serve cambiare i nomi. Che quelle brave la lagna non la fanno. 

Inoltre, adesso ho la predica perfetta per disinnescare le proteste di quelle che non scendono neanche a buttare la spazzatura, con le mestruazioni. È come il ricatto dei «bambini che muoiono di fame» agitato sulle inappetenze della mia infanzia – non possiamo mandarla a loro, la minestra? – ma assai più femminista.

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