Migranti, la piccola Favour è diventata un simbolo

La bambina nigeriana arrivata orfana in Italia è solo una dei 5.800 minori che sono sbarcati da soli sulle nostre coste: una ragione in più per non chiudere la porta in faccia a chi fugge dalla morte

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Adesso che sta bene e che sorride, sembra impossibile che ce l'abbia fatta. Non ce la fanno uomini temprati da destini ostili, a volte, ragazzi con corpi giovani e cuori impavidi, assetati di vita, e neppure le madri, così poco propense a regalare orfani al mondo. Non basta la volontà a resistere, l'obbligo di non morire, per vincere la guerra contro il mare. Non conta quanto forti siano le tue braccia o grande il tuo desiderio di farcela: il mare è comunque più grande e più forte di te se lo sfidi con mezzi di fortuna, inadatti all'impresa. Però non è più forte della vita che vuole vivere, a prescindere dalle intenzioni e dalle capacità. 

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Sua mamma è morta nel gommone

Per questo Favour ce l'ha fatta. Ha 9 mesi, è nigeriana e non si capisce come sia riuscita ad arrivare in Italia con quello sguardo illeso e docile, la voglia di giocare e stare in braccio come un qualsiasi batuffolo nato qua. Era tra i 4.000 migranti portati in salvo la scorsa settimana dalla grande flottiglia senza bandiera che segue una sola regola, quella del mare: «Salvare sempre chi chiede aiuto». Sua mamma è morta nel gommone soccorso da una nave norvegese al largo di Lampedusa. E anche se sembra orribile dirlo, forse è meglio così. Aveva in grembo un altro bimbo, concepito in Libia, in uno dei tanti campi di detenzione dove le donne sono carne da macello, corpi da prendere e violentare a piacere. A cosa serve un cuore che batte se dentro sei morta e rimorta cento volte, come se la fine fosse un copione replicabile?

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Ragazzi venuti da lontano

Adesso Favour la vogliono tutti. I medici, gli assistenti sociali, i membri della Guardia Costiera che per primi l'hanno portata a terra. Le tante persone che da  Nord a Sud hanno chiesto la possibilità di adottarla, in una gara di solidarietà. Sarà il Tribunale dei minori di Palermo a decidere a chi verrà affidata. Il suo destino è quello dei 5.800 minori sbarcati soli sulle nostre coste. Fiori recisi che resistono al vento, arbusti senza radici capaci di attecchire dentro qualsiasi terra, essendo abituati a scovare in sé la luce e l'acqua. Ma vanno innaffiati. Accuditi. Lasciati crescere. Perché messi in un angolo appassiscono. O diventano piante cattive. Avranno esistenze tortuose e complicate questi ragazzi venuti da lontano e condannati a mendicare amore, a convivere con una mancanza a cui non sanno dare un nome. Ma saranno comunque fortunati, per il solo fatto di esserci. Perché tanti coetanei, invece, non  arrivano neppure.

 Il mare trasformato in un cimitero

Mentre Favour riceveva le prime cure, dalla Libia partivano altri 1.000 migranti con due grossi barconi fatiscenti, più altri 100 ammucchiati su un gommone. Dopo 8 ore di navigazione, uno dei due pescherecci, trainato dall'altro, ha iniziato a imbarcare acqua. C'è chi si è tuffato, chi è affondato senza neppure sapere di morire, in quell'asfissia confusa di braccia e gambe e mani e pianti e grida imprigionate nella pancia dell'imbarcazione. Pochissimi i superstiti. Tra i morti, almeno 40 bambini. Nell'ultima settimana sono approdati nei porti siciliani e calabresi 12.000 profughi, 700 sono morti. Il mare trasformato in un grande cimitero. A chi dice peggio per loro, dovevano starsene a casa, riporto le parole di Abdullah Kurdi, padre del bimbo trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum, che aveva commosso il mondo. «Non è più moralmente accettabile chiudere le porte in faccia a chi fugge dalla morte e dall'umiliazione. Chi si mette su un barcone non ha alternative, credetemi». 

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