Donne e molestie: si può dire "no", ma non tutte riescono a farlo

Da una parte c'è Brigitte Bardot che riconosce il "diritto d'importunare", dall'altra le paladine del Time's Up che difendono le donne senza distinzioni: la ragione, a mio avviso, è sempre di chi soffre, di tutte le ragazze che vorrebbero ribellarsi ma non hanno il coraggio

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Sono due le cose che ti fanno capire che ormai hai scavallato per sempre con l'età. Quando tutti ti chiamano signora - ma proprio tutti-tutti, non solo il giorno che hai la messa in piega - e quando gli uomini non ti guardano più. È proprio una cosa triste quando gli uomini smettono di guardarti, ti senti come una lampadina fulminata. Luce spenta. Una mia amica over 50 talmente non si capacita di questa nuova vita da invisibile, che vuole cambiare l'osteopata perché la tratta come un manichino: braccia, collo, glutei, spalle maneggiati come carne e ossa, non come corde adatte a vibrare. Semmai lui allungasse le mani gli tirerebbe un ceffone, sia chiaro, non è lì per nessun altro motivo che quello di farsi aggiustare la schiena, ma sentirsi dentro un corpo senza alcuna attrattiva è davvero deprimente per una che ha sempre fatto conto su efficienti feromoni.

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Un dibattito tutto al femminile

Parto da qui, dal mio amore per gli uomini, dal bisogno che tutte abbiamo di mantenere accesi i loro occhi su di noi, per dire: attenzione, il momento è cruciale, non sprechiamo questa occasione. Nel mondo è in atto una rivoluzione che ha al centro noi, i nostri desideri e le nostre emozioni. Cosa ci piace e cosa no. Fino a che punto l'attrazione è ricerca di un piacere condiviso e quando diventa sopraffazione, libera interpretazione di un consenso che non c'è. L'outing collettivo sulle molestie sessuali partito con #MeToo, ha dato il via a un dibattito accesso e tutto al femminile (peccato, gli uomini sono parte in causa, mi piacerebbe sentirli di più), aprendo due fronti. Da una parte quelle che sono per la "liberté d'éros" per dirla come la Bardot e le 100 francesi, tra cui Catherine Deneuve, che hanno firmato l'appello su Le Monde, dall'altra le paladine del Time's Up, che dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora sulle molestie di Hollywood, continuano la loro battaglia per tutte le donne vittime di abusi. Le prime hanno difeso maldestramente il "diritto d'importunare" in nome del gioco delle parti, dando la sponda ai peggiori esemplari di predatori seriali, cioè esattamente gli orribili lumaconi per cui il dibattito è nato. Le seconde, con pragmatismo anglosassone, hanno finito per buttar dentro tutto, violenze, impertinenze, abusi, cafonaggini, in un calderone in cui le sfumature si perdono. Insomma, il momento è confuso.

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Siamo individui forti, capaci di scegliere

Negli ultimi giorni è diventato virale il racconto di una fotografa 23enne che, protetta da pseudonimo, ha raccontato un episodio di bad sex col comico Aziz Ansari. Un incontro iniziato come tanti, con lui che la corteggia sapendo di avere gioco facile - non è un adone ma è pur sempre una star - lei che si sente lusingata e parte in quarta, finché finiscono a casa di lui a fare cose che a lei non vanno. Poteva dire di no? Sì. Ma si era mostrata inizialmente disponibile, come faceva a tirarsi indietro? Questo è quello che capita spesso alle ragazze: sesso svilente, di cui poi ci si pente. È colpa di lui che ha proseguito a oltranza o è colpa di lei che non gli ha detto niente? Sostiene la scrittrice canadese Margaret Atwood, che noi non siamo esserini fragili, bensì individui forti e senzienti, e ancorché femmine, capaci di scegliere. Quindi smettiamola con la caccia alle streghe, perché c'è chi rischia di farsi del male. Da una parte le vittime delle molestie vere, dall'altra quelle dei processi sommari.

Trovare il coraggio di reagire

E allora, chi ha ragione? Chi si schiera in difesa delle donne, senza fare distinzioni? O chi riconosce alle donne la forza e la responsabilità di difendersi da sole? La ragione, a mio avviso, è sempre di chi soffre. Di tutte le ragazze in ogni angolo di mondo che vorrebbero ribellarsi ma non hanno il coraggio. Non si sceglie di essere prede, si accetta: per paura, vergogna, abitudine. Ubbidendo a diktat millenari. Perché subire invece che reagire è più facile e meno rischioso. Non si dice NO a un uomo o a un'avance, ma a tutto quello che ha permesso a quell'uomo di fare quell'avance come più gli aggrada senza temere le conseguenze. A tutto quello che c'è dietro di lui e dentro di noi, nelle nostre storie di uomini e donne, per tradizione inveterata. Quando non saremo più noi a scegliere di dire NO, ma gli uomini a scegliere di non metterci più nella condizione di dirlo, allora potremo sapere chi ha ragione. Ma a quel punto, non ce ne sarà più bisogno.

Scrivete a Maria Elena Viola, direttore di Gioia!: direttoregioia@hearst.it

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