Noi, che l'abito costoso vogliamo ammortizzarlo

Da quando ci sono i cellulari con fotocamera quel completo risolutivo non puoi più indossarlo senza sembrare una che non si cambia mai

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Non era così, prima che i cellulari scattassero foto. In quel tempo vicinissimo e remoto, noi mortali potevamo mettere cento volte lo stesso vestito. Ricordo un completo top e gonna di Narciso Rodriguez che mi risolse decine di occasioni: era perfetto, sobrio, elegante, da giorno e da sera, da uova e da latte. Cambiare abito ogni volta era un incubo riservato alle attrici, alle principesse, a quelle che si vestono per mestiere. Da quando sono arrivati i maledetti cellulari con fotocamera, il mio completo risolutivo è stato immortalato in un paio di occasioni pubbliche, e io non posso più indossarlo senza sembrare nella peggiore delle ipotesi una che non si cambia mai, e nella migliore una nevrotica con l'armadio pieno di vestiti tutti uguali (come Mickey Rourke in 9 settimane e 1/2, o come Dylan Dog). In Curb your enthusiasm - una serie che per fortuna non va in onda in Italia, altrimenti alimenterebbe le nostre nevrosi - uno dei peggiori incubi del protagonista è l'outfit tracker, il tizio che tiene il registro di come sei vestito, l'insopportabile creatura che ti dice: «Ma hai gli stessi pantaloni di ieri?» (e parliamo di abiti da uomo – che, diciamocelo tra noi, sono tutti uguali; per riconoscere un paio di pantaloni da uomo devi essere proprio determinato a essere antipatico).

L'ho pagato un sacco di soldi, costa più di una rata del mutuo, quindi lo indosserò moltissime volte

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Il mio nuovo punto di riferimento filosofico è Tiffany Haddish, un'attrice ventottenne di cui non ho visto nessun film e che non avevo mai sentito nominare finché, un mese fa, ha condotto una puntata del varietà più famoso del mondo, il Saturday night live. Il protagonista del monologo comico di Tiffany è stato il vestito bianco di Alexander McQueen che indossava. È lo stesso vestito, ha detto Tiffany col piglio di noialtre con un fienile di coda di paglia che facciamo notare i nostri difetti prima che li rimarchino gli altri, che indossava alla prima del suo film. E quindi il suo staff le aveva detto che assolutamente non poteva metterlo in tv, l'avevano già fotografata con quel vestito, non ci si può ripetere. «L'ho pagato un sacco di soldi, costa più di una rata del mutuo, ho speso quattromila dollari e lo indosserò moltissime volte. Se qualcuno m'invita a una cerimonia, metto questo. A una festa il cui dress code è "abiti neri"? Questo vestito bianco. E, se dovessi risposarmi, al mio matrimonio metterò questo vestito. Se m'invitate al vostro matrimonio, è assai probabile che metta questo. E se muoio mi faccio seppellire con questo addosso».

Tiffany Haddish alSaturday night live con indosso l'abito bianco di Alexander McQueen.
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Probabilmente mentiva (a un'attrice che va a una prima o conduce un programmai vestiti glieli prestano o glieli regalano; ma chissà, magari lei è l'unica che se li compra, per sentirsi una di noi mortali), ma in quel momento Tiffany è diventata tutte noi. Noi che il vestito costoso vogliamo ammortizzarlo. Noi che quando ne troviamo uno che ci stia bene non vogliamo più sfilarcelo. Non è vero che non era così, prima. C'erano già le stronze che ti facevano notare le ripetizioni guardarobiere, e c'erano già filosofe che c'insegnassero come cavarcela. In un film del 1984, un personaggio minore chiedeva a Virna Lisi se quel vestito non gliel'avesse già visto l'anno prima. «Sì, io di solito conservo. L'ho messo anche due anni fa, al ballo dei Savoia, a Ginevra, non ti ricordi? Ah, già, dimenticavo: tu non eri stata invitata».

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