Scrivete solo se qualcuno vi paga: qual è la differenza fra un hobby e un mestiere

Conosco gente che scrive, su siti senza budget ma con molte velleità, decine di cartelle non retribuite: lo fanno perché sono ricchi di famiglia e non trovano necessario procurarsi un lavoro vero?

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Quando avevo un po' meno di vent'anni, cominciai a fare una cosa che per le diciannovenni di oggi sarebbe impensabile: comprare un terzo quotidiano. I primi due cambiavano a seconda dei periodi e del mio appassionarmi alle recensioni di libri scritte da Tizio o ai pezzi di politica scritti da Caia, ma quando avevo poco meno di vent'anni L'Unità cominciò a pubblicare tutti i giorni, in prima pagina, un corsivo di Michele Serra, i ritagli del quale presto diventarono l'arredo dei muri delle mie prime case da adulta. I poster di Jim Morrison li lasciai nella camera a casa dei miei, dove a volte tornavo per il weekend; e allora, ai cinque quotidiani che compravano loro, l'edicolante ne aggiungeva un sesto per me che dovevo proprio leggere Serra. Mi rendo conto che questa pagina inizia a sembrare un racconto di fantascienza: non c'era Internet, se ti perdevi un articolo la mattina in cui usciva l'avevi perduto per sempre, e i migliori si ritagliavano.

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A vent'anni si è stupidi davvero, ma neppure la me ventenne era così stupida da pensare che un giorno il suo lavoro sarebbe stato scrivere sui giornali quel che pensava, cioè più o meno la cosa che faceva Serra. Figuriamoci, io volevo fare l'attrice, cioè essere una che per mestiere diceva parole pensate da altri. Per quanto riguardava l'essere retribuiti per dire la propria, somigliavo alla descrizione del sé giovanile che fa Francesco Piccolo: «Io stavo a Caserta, vivevo una vita completamente diversa, leggevo i classici o leggevo Moravia, vedevo la foto sull'Espresso di Moravia e pensavo che Moravia stesse su Marte: sapevo che esisteva, ma non mi avrebbe mai riguardato». Io non stavo a Caserta, ma non abitavo neanche nel mondo in cui viviamo oggi: uno in cui abbiamo cento opinioni al giorno, se non le scriviamo sui giornali le scriviamo sui social, se nessuno ce le paga le scriviamo gratis. Conosco gente che scrive, su siti senza budget ma con molte velleità, decine di cartelle non retribuite. Lo fanno perché sono ricchi di famiglia? Perché hanno l'urgenza espressiva? Perché la mamma gli porta la colazione a letto e quindi non trovano necessario procurarsi un lavoro vero? A volte hanno quasi l'età (38 anni) che aveva Serra quando cominciò col suo corsivo quotidiano: come mai non hanno ancora idea di cosa differenzi un hobby da un mestiere?

La cover di Il grande libro delle Amache di Michele Serra, Feltrinelli.
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Ora che Feltrinelli ha raccolto venticinque anni di suoi corsivi in un tomo, Serra dice che s'è reso conto d'averne scritti quasi ottomila, è un concetto spaventoso, «ho avuto ottomila opinioni», una roba da «gallina ovaiola, che ogni mattina, puntuale» deposita l'opinione. Chi gliel'ha fatto fare? «Ho sempre trovato qualcuno che, per scrivere, mi paga. Chiedetela a lui, la ragione. Io non ve la so dire, oppure, per dirla, rischierei di vantarmi, e non è bello vantarsi. Mai dimenticare, comunque, che senza una committenza non esisterebbe quasi nessun prodotto dell'ingegno, a cominciare dalla Cappella Sistina per finire alle canzoni di Giusy Ferreri. Se nessuno mi avesse pagato per farlo, se non mi fosse servito per campare, io non mi sarei mai sognato di averla, un'opinione al giorno». L'ha detto a una presentazione, c'è il video su Facebook. Magari, gratis, lo vede qualche ventenne, e impara a desiderare d'essere almeno Giusy Ferreri, se non Michelangelo.

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