Grazie a un docu sui vecchi dischi di Lucio Dalla ho capito com'è (ancora) profondo il mare

Su Sky Arte c'è 33 giri, un ciclo di documentari che potete guardare anche se, come a me, non vi frega niente delle chitarre e dei tecnicismi: il primo è sull'album di Dalla scritto 40 anni fa, che è sempre un capolavoro

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Qualche mese fa sono andata a vedere se il palazzo in cui sono cresciuta fosse ancora lì. Era apparentemente identico, tranne una scritta contro Matteo Renzi vergata con uno spray sotto alla finestra della mia fu cameretta. Ma non c'era il portiere di quand'ero bambina (che ora avrebbe circa duecento anni), e sui citofoni c'erano cognomi diversi da quelli che conoscevo. Negli sceneggiati americani in questi casi si suona e si chiede di vedere la casa: sa, sono cresciuta qui. 
Di solito aprono la porta coppie sorridenti e comprensive (negli sceneggiati americani le coppie vanno ad aprire la porta insieme). Non ho provato. Mi vergognavo, e soprattutto non volevo scoprire che la carta da parati del corridoio, quella bianca e verde su cui avevano segnato le tacche dei centimetri man mano che crescevo, era stata strappata.

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Quando è morto Lucio Dalla, l'effetto è stato lo stesso: ma come si permette. Dovevo poterlo dare per scontato, doveva essere sempre lì, come la carta da parati che provava che un tempo ero stata persino più bassa di adesso. Era parte del paesaggio. Ero così convinta che ci sarebbe sempre stato che non mi ero mai presa il disturbo d'andare a un suo concerto: ci sarebbe stato tempo, avevo tutta l'eternità per squarciagolare Quale allegria.

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Quale allegria sta dentro a un disco che ha appena compiuto quarant'anni, Com'è profondo il mare. È una canzone di amore finito, come pure Disperato erotico stomp, che sta nello stesso album e non sembra neanche concepita dalla stessa persona. Era il primo disco che Dalla si scriveva da solo, e tra i molti dettagli con cui dimostra il suo genio c'è il raccontare la stessa banalissima cosa - la fine di un amore - col massimo dello struggimento e col massimo della beffa.

Su Sky Arte c'è 33 giri, un ciclo di documentari su vecchi dischi. Il primo è Com'è profondo il mare. Potete guardarlo anche se, come a me, non vi frega niente delle chitarre e dei tecnicismi. Contiene alcune meraviglie, tra cui Ron che dice che quel disco lì per Dalla è come la bellezza per certe donne (lui dice una cosa tipo «nelle foto di quando fanno i calendari», dimostrando d'essere un uomo del Novecento: vi ricordate quando le belle di mestiere facevano i calendari, invece che i selfie sponsorizzati?). Dice: era il suo momento di grazia.

Anna e Marco è la più cinematografica canzone d'amore della storia della musica italiana

È vero. Era un momento di grazia che durò tre anni. Dopo Com'è profondo il mare arrivò il disco che contiene Anna e Marco (la più cinematografica canzone d'amore della storia della musica italiana), ma anche Stella di mare («e se non ti avessi uscirei fuori a comprarti»), ma anche Milano, cioè la ragione per cui io ancora oggi non riesco a non dire «vicino all'Europa» ogni volta che qualcuno mi chiede dove vivo: riempimento automatico, Milano vicino all'Europa, Milano che, quando piange, piange davvero.

E poi la tournée con De Gregori, Banana republic, e poi il disco più bello mai uscito in Italia, quello che dentro aveva Futura, Il parco della luna, ma soprattutto Cara, l'inno di tutte le lagnose: «Io che qui sto morendo, e tu che mangi il gelato». Nel 1980 erano tre anni che Dalla si scriveva i testi, e aveva già accumulato abbastanza capolavori per tre vite. Da quando ho visto il documentario non ho più smesso di ascoltare i dischi di quegli anni. Certe carte da parati sono eterne, per fortuna.

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