Perché la bellezza è un concetto da declinare al plurale (e la diversità è il valore definitivo)

In quella vetrina planetaria che è la rete, dove l'immagine è tutto e occorre farsi notare, c'è un solo modo per distinguersi: essere diverse, come Lupita Nyong'o che rivendica i suoi (fantastici) capelli afro

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La bellezza non è più femminile singolare, come abbiamo sempre pensato noi, generazione analogica cresciuta con le bagnine di Baywatch e le le top anni '90. Noi figlie sfortunate di un'estetica omologata e un po' OGM, che voleva tutte le bocche grandi e carnose, tutti i seni tondi e sodi, tutte le facce lisce e tirate, le gambe skinny, i capelli no frizzy. È con questi prototipi che siamo diventate adulte, maturando inadeguatezze e dissipando quattrini in pillole anti-fame, impacchi alla cheratina e punturine. Convinte che l'avvenenza non fosse un dono di natura come tanti - l'intelligenza emotiva, l'estro matematico, l'attitudine al ballo, la predisposizione allo sport - bensì il bene supremo, cui tendere ogni sforzo anche manipolando le dotazioni di serie. Se non il più importante, il più visibile, e in quanto tale sopravvalutato. Nessuno sfotte un altro perché non sa l'algebra, ma se ha i denti a paletta sì.

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No agli ultracorpi, sì all'unicità

Ma questa forse è già storia vecchia, o sta per diventarlo. Perché le nostre figlie, tirate su con le orecchie a sventola di Tinky Winki e i fondi di bottiglia di Ugly Betty (interpretata da America Ferrera, sotto in un suo post su Instagram), al mito degli ultracorpi non ci hanno mai creduto. Loro cercano l'unicità. Anche se all'apparenza si vestono tutte uguali e si identificano nelle divise, hanno capito che in quella vetrina planetaria che è la rete, dove l'immagine è tutto e occorre farsi notare, c'è un solo modo per distinguersi: essere diverse. Meglio essere "un tipo" che essere carine come tante. Meglio essere persino un po' bruttine - o far finta di - con gli occhiali da nerd e l'apparecchio ai denti, che confondersi con la massa amorfa delle bellocce che arricciano le labbra sculettando sui musical.ly.

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Chi rinuncia a Photoshop perché stufa di mentire

La bellezza per loro è un concetto che va declinato al plurale. Un universo inclusivo che non fa distinzione di genere, etnia, colore. E il merito è di tutte quelle voci che negli ultimi anni si sono levate per dirci che si può essere carine in tanti modi diversi. Di certe campagne illuminate che hanno pubblicizzato deodoranti e rossetti usando testimonial di tutte le taglie e di tutte le età. Di autrici sagaci che hanno mostrato in serial di successo la vita vera delle millennial: vita in senso letterale, con smagliature e pancetta. Di modelle che si rifiutano di rispettare canoni rigidi e si riciclano in star del plus size e di stilisti che rifiutano la categoria del plus size e le fanno sfilare con le altre, essendo la realtà a centimetro variabile. Di cantanti che rinunciano al trucco e di attrici che rinunciano al Photoshop perché sono stufe di mentire. Di pop star che rimandano al mittente gli insulti degli haters sulle loro cosciotte, mettendole in mostra in strizzatissimi shorts, e di designer folli che sdoganano il fascino weird, bizzarro, scegliendo solo modelle imperfette, arrivando persino a imbruttire le belle pur di dargli quel-certo-non-so-che.

🏖 #foreveronvacation #MiamiBeach

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"Siate voi stesse e non vergognatevi"

Nessun razzismo al contrario contro le belle di natura, come la cover girl Alessandra Ambrosio, che almeno un difettuccio ce l'avrà (in qualche organo interno, di sicuro). Solo più libertà di essere ciò che si è e cioè che si vuole. Ognuna bella a modo suo. Lo rivendica Lupita Nyong'o quando chiede a un noto femminile di non sgarzare i suoi capelli afro dalla cover "per rispettare la loro idea di come sono fatti dei bei capelli". Lo ribadisce Tim Walker nel Calendario Pirelli 2018, in cui mette in scena l'eterna storia di Alice in Wonderland affidandola a un cast all black. Ero a New York per il lancio ufficiale e vi ripeto quello che ha detto dal palco del Manhattan Center Slick Wood, modella prestata al ruolo del Cappellaio Matto: «Non fatevi ingabbiare dagli stereotipi. Siate voi stesse e non vergognatevi». E mentre lo diceva mostrava orgogliosa il diastema tra i suoi grossi incisivi, e io pensavo che fosse tanto bella proprio per quello scherzo di natura, per quella magnifica imperfezione sfuggita alle leggi dell'ortodonzia. Portate in giro la vostra diversità e siatene fiere.

Maria Elena Viola, direttore di Gioia! Scrivetemi a: direttoregioia@hearst.it

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