Cara Kim Cattrall, non è più tempo di scelte popolari

L'attrice ha rifiutato di partecipare al terzo film di Sex and the City, facendo naufragare il progetto, perché non ha più niente in comune con le altre tre: loro sono madri, ma se avere dei figli ritardasse la presa in carico della propria libertà?

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Cara Kim Cattrall, nessuna smette davvero quando vuole.

Più verosimilmente: una smette quando può. E tu devi aver pensato che nella vita hai già lavorato abbastanza, e in fin dei conti non ti manca niente: non aveva senso rischiare di passare alle cronache – o quantomeno: al news feed di Facebook – come la caricatura di te stessa. «Lawrence of my labia!» – la battuta più imbarazzante mai pronunciata nel deserto – poteva bastare. Quindi hai deciso per tutte: tu non lo farai, il terzo film diSex and the City non si farà. Non potrò mai significarti compiutamente i sensi della mia gratitudine. E di quella di tutte le ex-trentenni con le quali mi è capitato di parlarne: in una tv piena di splendidi climateri, ci sono storie che vanno lasciate come sono. Finite.

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Le altre non l'hanno presa benissimo. Funziona così con le amiche delle vite passate: si cresce distanti e poi è difficile riallinearsi. Insinuano che hai voluto fare la diva, che non ti sei fatta trovare, che hai presentato richieste scandalose – «Chi si crede di essere, George Clooney?» – e che per colpa tua, dice la Sarah Jessica, il mondo dovrà fare a meno di questa ennesima storia «meravigliosa e divertente, commovente e allegra, in cui immedesimarsi». Deve essere stato in quell'istante che hai deciso di smettere pure di esercitare la pazienza, e hai confessato: a te, quelle tre, non sono mai piaciute. E la tua unica richiesta è stata: «Per favore, non facciamolo».

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Dici che hai compiuto sessant'anni – facciamo anche: 61 – e prendi decisioni per il tuo bene, non per il bene della tua carriera. A parte la serie tv, non hai niente in comune con loro, non vi vedete mai: «Hanno tutte dieci anni di meno, vivono ancora tutte a New York, hanno fatto tutte dei figli». E allora io non ho potuto fare a meno di domandarmi: e se fosse questa la ragione per cui tra voi non ha funzionato? Se avere dei figli ritardasse la presa in carico della propria libertà? Quella di andarsene, di rifiutarsi, di smettere di compiacere. Di rischiare l'impopolarità.

L'altro giorno sono andata con mia figlia a comprare il suo primo reggiseno (adesso si dice: brassiere). Lei era un po' confusa, io un po' emozionata: tutte – tutte le commesse, ma anche le clienti di passaggio – hanno capito cosa dovevamo fare, e ci hanno tenuto a offrire un'opinione. Pertanto ne ho comprati due coi gancetti e le spalline sottili, perché la figlia della signora bionda li mette con le maglie scollate. Poi ne ho presi due di cotone biologico, perché la figlia della signora con le perle ha la pelle tanto sensibile. E infine anche due grigi a canotta, perché la figlia della signora coi capelli corti li trova più comodi quando fa ginnastica.

Non ci eravamo mai viste prima né avevamo in comune alcunché, io e quelle signore lì, a parte l'aver accudito, a un certo punto della vita, un'undicenne bisognosa di sostegno. Eppure parlavamo la lingua della stessa tribù. Me ne sono tornata a casa con molti sacchetti e un dubbio: forse tutto quel dibattito non era necessario (e forse neanche sei reggiseni). Forse avrei dovuto decidere da sola. O forse – che audacia – avrei potuto sedermi in un angolo, e lasciare che lo sbagliasse da sé.

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