A proposito di Harvey Weinstein: quando è violenza e quando è solo vita

Se mettiamo nella categoria «stupro» chiunque ci provi e ci faccia sentire dieci minuti a disagio, prevedo l'estinzione dell'umanità

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Sulla vicenda di Harvey Weinstein ho idee che non condivido quasi neppure io, figuriamoci se posso aspettarmi che sia d'accordo chi legge. Nell'inchiesta del New York Times che ha dato il via allo scandalo, tra le altre c'è la testimonianza di Ashley Judd. Racconta una storia uguale a quella di quasi tutte le accusatrici: lui la convoca nel suo albergo, si fa trovare in accappatoio, le offre di farle un massaggio, di fare la doccia insieme, lei è a disagio e se ne va appena può. Già così, a me non sembra molestia. Spiacevole? Magari sì, come lo è sempre qualcuno che ci provi senza che a te vada di starci. Ma, se iniziamo a mettere nella categoria dello stupro chiunque ci provi e ci faccia sentire dieci minuti a disagio, prevedo una imminente estinzione della razza umana. I rapporti umani sono una continua fonte di spiacevolezze e disagio: si va per tentativi.

Se andate nell'appartamento di un uomo, significa che avete intenzione di fare sesso; in caso contrario, portatevi un coltello

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Nel 1992, mentre Mike Tyson veniva processato per aver stuprato una ragazza che l'aveva raggiunto in vestaglia nella sua stanza d'albergo, Camille Paglia, femminista fastidiosamente controcorrente, disse: «Se andate nell'appartamento di un uomo, significa che avete intenzione di fare sesso; in caso contrario, portatevi un coltello». Ci ho ripensato leggendo le storie di Weinstein che si offre come massaggiatore e allorché rifiutato si ritira in buon ordine. Non mi sembra una grande idea mettere tutto sullo stesso piano. La sensibilità individuale non può prevalere sui fatti: far passare per violenza «Mi fai un massaggio?» è offensivo per le vittime di violenza vera.

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Ma quello è un produttore: se sei un'attrice, la sua offerta di massaggio lo rende come il capo della fabbrica che ci prova con l'operaia che se non ci sta rischia il posto. Beh, no: intanto si parla del 1997, quando Ashley Judd era al massimo della gloria, tra Crocevia per l'inferno e Colpevole d'innocenza; poi, dopo il '97 e dopo questa traumaticissima visita nella suite di Harvey, Ashley ha girato due film prodotti da lui, in anni in cui poteva permettersi di scegliere. Ho l'impressione che, finché la tendenza non è diventata «dàgli al bruto», anche lei abbia archiviato la vicenda come «Oddio, questo ci sta provando, che noia», una cosa che nella vita di una donna accade decine di volte senza lasciare segni particolarmente profondi.

E qui veniamo all'altra mia idea che non condivido: a un certo punto diventa una moda. Da quando il New Yorker ha pubblicato 13 testimonianze di presunte vittime di Weinstein, non c'è più un'attrice che non abbia sentito di dover fare una dichiarazione. Quasi tutte per dire «Sì, ha molestato anche me». E, per quanto «Bisogna sempre credere alle donne senza discutere» sia uno slogan suggestivo, è più facile credere ad Angelina Jolie che dice che la molestò e lei decise di non lavorarci mai più, che a Gwyneth Paltrow che racconta di quanto fu scioccante quando lui ci provò nel '95 e lei era giovane e timorata: la leggo e penso alle immagini del '99, lei che riceve l'Oscar e ringrazia commossa Harvey che ha fatto di lei una star.

Harvey Weinstein con la moglie Georgina Chapman, che ha deciso di lasciarlo.

Mi era già successo con Bill Cosby, il comico accusato di averne stuprate decine: avevo avuto un dubbio pochissimo solidale; avevo l'impressione che a un certo punto fosse diventato impossibile essere una che era stata con lui e non dire «Mi ha stuprato»; che la marea avesse reso più facile, più socialmente accettabile, accusarlo di stupro che dire «Mi piaceva», o «Sappiate che il mostro del mese è meno mostro di quel che credete».

Sono passati 17 anni dal primo film diretto da Asia Argento, Scarlet diva. Nel film c'era una scena in cui un produttore le saltava addosso. Nella saletta dell'anteprima stampa tutti bisbigliavano «È Harvey». Nel 2000 era una chiacchiera. Nel 2017 è diventata una notizia, e tra le 13 raccolte dal New Yorker quella di Asia è la storia più struggente, perché risulta familiare a chiunque abbia avuto una relazione disfunzionale, cioè abbia continuato a frequentare e persino desiderare un uomo che le aveva fatto del male. La prima volta mi ha costretta, dice Asia, e poi (sintetizzo) mi sentivo male e in colpa e continuavo a tornarci. È capitato a molte. Sono storie che in genere finiscono con lei che, grazie al tempo o a un analista, supera e dimentica; non con lui che va in galera. Non perché sia sospetto denunciarlo vent'anni dopo: perché riaprire le ferite, vent'anni dopo, fa più male a lei che a lui.

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