Anche una pacca sul sedere è molestia sessuale, come ci insegna Taylor Swift

La popstar ha vinto in tribunale contro un dj che l'aveva palpeggiata: il vizio di disporre del corpo femminile a proprio piacimento da parte degli uomini è un malcostume da combattere, anche se si tratta «solo» di una mano che sfiora in maniera maliziosa

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Succede a volte di ragionare in modo maschilista, senza intenzione. Succede di abbassare la guardia scioccamente, finendo nel gregge del «chevuoichesia», pur essendo della scuola «macomesipermette». Succede di fare graduatorie inette di condanna o passabilità, come se si fosse rassegnate a essere oggetti sessuali per consolidata consuetudine, e di pensare dunque in modo arcaico, noi che ci si ritiene modernissime.

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I fatti. Leggo su un ricco campionario di giornali stranieri (la notizia in Italia ha avuto un relativo clamore) che la cantante Taylor Swift ha vinto in tribunale contro il dj radiofonico David Mueller che pretendeva da lei 3 milioni di dollari come risarcimento per avergli fatto perdere il posto di lavoro. La popstar l'aveva denunciato nel 2013 per averla molestata sessualmente durante un photocall pre-show a Denver. Vabbè, molestata mi dico, le ha toccato il sedere. Come se palpeggiare non fosse poi così grave.

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In inglese l'espressione che descrive quel tipo di molestia ha un suono meno innocuo del nostro palpeggiare. Secondo il racconto di Taylor, il marpione le avrebbe infilato la mano sotto il vestito e, cito testualmente, «afferrato le chiappe» (grab her ass cheeks). «To grab» ha un che di predatorio. Non a caso ci aveva fatto un certo effetto quando l'aveva usata Donald Trump: I grab women by the pussy. Agguanto le donne dalla vagina. Orrore. Un secondo dopo avere pensato «Vabbè, è solo una pacca sul sedere», mi vergogno e mi pento. Mi chiedo esterrefatta come mai la mia prima reazione alla notizia sia stata di svagata assoluzione e solo in seconda battuta – una volta entrato in campo il neurone del pensiero non condizionato – di condanna. Mi domando quando inizia la molestia, in quale fase – la frase volgare, la mano che sfiora in modo malizioso, la «strizzata» – si è autorizzati a chiamarla così. Mi dico che mai a noi verrebbe in mente, facendo una foto con Michael Fassbender, di allungare le mani su di lui. Mai. Malgrado la smaccata sexytudine. E allora perché un uomo può permettersi di insidiare una giovane donna – in mondovisione! – dando per scontato che lei glisserà. O gradirà persino.

È molestia tutto ciò che subiamo con evidente disagio e senza dare il consenso. Accettare o sminuire un abuso del genere, qualsiasi sia il livello di gravità, significa alzare l'asticella di quel che è ammesso fare a nostre spese. Riderci su, sdrammatizzare, come ho visto fare quest'estate a una giovane e procace cameriera infastidita in modo bonario dalle mani di due colleghi che la insidiavano da sotto il vestito mentre si arrampicava su una scala, vuol dire lasciare spazio a possibili derive. Perché è vero che ce ne corre, tra una palpata e lo stupro, ma il sottotesto è lo stesso: noi siamo prede voi cacciatori, è la natura, che ci vuoi fare. Come se la civiltà, la cultura, il sapere fossero acqua fresca sugli istinti «animali». E il vizio di disporre a proprio piacimento del corpo femminile, per quanto deprecabile, fosse in fondo un male inevitabile (se sali su una scala con due maschi sotto, se giri in minigonna, te la sei cercata). Invece è un malcostume da scaravoltare, perché ha a che fare con l'esercizio del potere del sesso forte sul sesso debole (inteso qui in senso letterale, di forza bruta), che è declinato in tante sfumature: la toccatina, la molestia spinta, l'abuso sessuale, il femminicidio.

In tempi di uomini anche evolutissimi (e preziosi e amici), fa quasi effetto che se ne stia a parlare. Eppure la cronaca è sempre più intasata di donne violentate in spiaggia, al parco, sotto casa o fatte fuori dal compagno o l'ex marito. Ma per fortuna Taylor Swift s'indigna, per una palpata di sedere. E chiede un dollaro di risarcimento, solo uno, simbolico, per far capire alla sua generazione, il popolo delle millennial che la segue, che non si può sempre chiudere un occhio e lasciar correre. Bisogna fermare le odiose consuetudini e rifare le regole, riscrivere i fondamentali. Perché altrimenti è inutile studiare, discutere, lottare, usare ingegno e talento per la conquista della parità, se sempre un uomo a vario titolo potrà infilarci una mano nelle mutandine godendo di totale impunità.

Scrivetemi a: direttoregioia@hearst.it

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