Primo amore: vivilo senza riserve (e per le emergenze ci sono qua io)

Vorrei spiegarti l'amore, ma come si fa? Ora che per te è tutto bianco e nero, intatto e puro: altri ne verranno, di amori che tolgono il respiro, ma nessuno avrà la forza dirompente e fiduciosa di questo, acerbo e senza codici

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Vorrei spiegarti l'amore. Ma come si fa? Ora che per te è tutto bianco o nero, senza compromessi e senza sfumature, intatto e puro. Ora che sei lanciata in orbita dentro un'astronave che ti fa ballare coma un tagadà tra i pianeti e le stelle, ridere senza motivo, risplendere, mentre guardi assorta un punto nel niente e gli occhi ti brillano. È questa la felicità? Sì. Questo essere senza rete. Nuova a tutto. Nuova anche ai vuoti d'aria e ai buchi neri che intravvedi là sotto. Ti godi la vertigine, e non pensi e non sai fino che punto si può cadere. La sofferenza non è nei piani. Non può farti del male chi ti ama, neanche per sbaglio. Però dei giorni ti rabbui e smetti di parlare. Non è successo niente, dici seccata con le cuffie alle orecchie – e dentro a quel niente ci sono cose a cui non sai dare nome. Dubbi, paure, piccoli tuffi al cuore per cui non ti senti in diritto di soffrire. L'amore non chiede alla tua età, si dà e basta, scroscia come un rubinetto aperto. Non lesina, non negozia, non reclama.

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Altri ne verranno, di amori che tolgono il respiro, e saranno forse più grandi e più belli. Ma nessuno avrà la forza dirompente e fiduciosa di questo primo acerbo e senza codici. Con lui imparerai a conoscere la sintassi e le regole con cui maneggiare le emozioni, tracciare i confini, chiamare le cose. Difenderti. Mi hai chiesto chi è stato il mio primo batticuore. Com'è finita e perché. È stato bello parlartene, come due amiche, dentro una notte di quasi estate a bordo laguna. Ti ho detto di quando mi ha baciata e ho visto le stelle, come fosse un cazzotto di zucchero e miele. Era passata l'ora di cena e a casa mi aspettavano, mi sono fatta di corsa dal centro città alla mia cameretta, con questo motore acceso nel petto che batteva, duemila cavalli di palpitazioni, le guance arroventate, la faccia imbambolata in un sorriso ebete. Mi sono chiusa in bagno e ho pianto a dirotto. Come se la felicità non ci stesse tutta, allo stato solido, in quel cuoricino da ragazzina ancora poco addestrato a contenere attenzioni, e dovesse sgorgare.

Perdere felicità dagli occhi e dal naso, tirando su come una mocciosa, e quando ti ricapita dopo i 15 anni?

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L'amore ricambiato a quell'età, quando ti senti inadatto a tutto – figuriamoci allo sguardo di chi ti ha fulminato – ha il sapore del miracolo. Ma è proprio l'equivoco di questo prodigio a rendere inebriante la fiammata e intollerabile il suo contrario. Il peggio non è non essere amati ma non essere amati più, ho letto in un libro. Col tempo ti ci abitui, ma all'inizio è come una morte distillata. Ho pianto molto quando lui mi ha lasciata, ti ho detto. Così tanto che la mia mamma, vedendomi il giorno dopo ancora in preda a singhiozzi sfiniti, mi ha chiesto dove trovassi tutte quelle lacrime. 24 ore di disperazione concentrata, poi diluita in mesi di sospiri. Finché lui mi ha ripresa.

Gli ormoni, le paturnie, le intrusioni degli altri, e tutto il campionario di emozioni non immatricolate rendono i primi amori imprevedibili e molto avventurosi, sappilo. Ma è un buon allenamento per i guasti a venire. La felicità come il dolore sono più intensi quando non si è preparati e non si ha memoria di altri dolori e di altre felicità, diversi ma uguali nella sostanza. Sul prima e sul poi si fonda il nostro manuale d'istruzioni: i grandi la chiamano «esperienza». Questo è il tuo prima. Vivilo, amore, senza riserve. Per le emergenze io sono qua.

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