Perché gli alberghi sono peggio degli amanti

Ho tradito il mio solito hotel con un cinque stelle lusso, pensando di essere trattata come una principessa e, come tutte le fedifraghe, mi sono pentita

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Avete presente quelle vicende in cui lei ha un marito così impeccabile da darlo per scontato e permettersi persino di trovarlo un po' noioso, e quindi decide di concedersi un'avventura, solo per scoprire che là fuori è un mondo di uomini screanzati e che si lavano pure poco? Ecco, la mia è un'analoga storia di promesse non mantenute, solo che al posto degli uomini ci sono degli alberghi. A mia parziale discolpa, non sono io che ho deciso di tradirlo: l'albergo in cui vado sempre, nella città in cui vado spesso, non aveva neanche una stanza libera. Naturalmente mi sono offesa – diamine, io sono speciale, per me dovrebbero trovare posto anche se sono pieni: le migliori crisi coniugali cominciano così, «tu non mi fai sentire abbastanza speciale» – e ho pensato che gliel'avrei fatta vedere io: sarei andata in un cinque stelle lusso (quindi quasi sei?), a farmi trattare come una principessa.

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Questa è la storia d'un soggiorno che sta tra Downton abbey e Viaggio sola. La prima sceneggiatura ti fa entrare in un mondo di cerimonie il cui protocollo non prevede che porti il tuo trolley (che è minuscolo e si sposta con un dito e sarebbe tanto più comodo averlo con te che aspettare un facchino), cerimonie ferme a un secolo che non prevede tu abbia bisogno d'una presa per ricaricare il cellulare. L'altra ti fa desiderare d'essere Margherita Buy a ogni inadeguatezza: la stanza senza prese, appunto; l'accappatoio bianco trovato, al rientro, appeso, con un capello nero poggiato sopra (era lo stesso accappatoio che avevo usato prima d'uscire e avevo lasciato per terra perché lo lavassero, e che avevano invece riappeso? O era uno arrivato zozzo dalla lavanderia? Quale ipotesi era peggiore?); il doccino ricoperto di calcare (il direttore m'ha poi detto che ero capitata in una delle pochissime stanze non ancora ristrutturate: che sfortuna); la spa tanto pubblicizzata: uno sgabuzzino vuoto in cui una povera massaggiatrice ti accoglie con «Sto aspettando che portino un lettino» e la cui finestra non ha gli scuri. Scattavo freneticamente foto sentendomi la Buy in quel film in cui faceva la castigatrice delle mancanze degli alberghi costosi. Fossi stata lei, al momento d'andarmene le stelle sarebbero passate da cinque a due.

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O anche meno, considerato che la mattina, nel pezzo di brioche addentato sperando che almeno il miracolo dei carboidrati risollevasse il punteggio, c'era uno schifosissimo capello (un albergo a forte presenza tricologica). A quel punto ho protestato. Non l'avessi mai fatto. Nonostante il «non disturbare», una signora dell'hotel ha bussato perché le parlassi dei problemi miei di donna. Nonostante le abbia aperto nuda per farle meglio capire quanto disturbasse, insisteva a dire che dovevo dettagliarle le mie insoddisfazioni. Senza che le venisse il sospetto di far parte di esse. Sulla strada per la stazione, mi sono fermata dal mio ex (albergo). Ho supplicato perdono e chiesto di tornare. Promettendo, come le peggiori fedifraghe, che mai più lo tradirò.

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