Quando sposarsi era meglio che lavorare

Oggi il concetto stesso di «tenore di vita» è ridicolmente antiquato: chi può denunciare in tribunale la crisi economica?

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I miei genitori si sono detestati finché morte (di lui) non li ha separati, come aveva ordinato loro il prete trentasette anni prima. Sono rimasti sposati in salute, malattia, amanti (di lui), abbandoni del tetto coniugale (indovinate un po': sempre di lui), ricchezza (di lui) e tracolli finanziari (inevitabili, visto che il bilancio di famiglia lo teneva lei, che era capace di farsi prestare i soldi dalla cameriera pur di non rinunciare a un tenore di vita comprensivo di autista – non è un esempio di fantasia). Di solito dico che è un problema generazionale: c'è stato un tempo in cui era un'eccezione che le donne lavorassero, un'eccezione che confinava con la follia; la norma non era certo un genio della matematica come la prima moglie di Einstein, ma una che dicesse il rosario come la moglie del Gattopardo. Ma so di mentire: sì, era così all'epoca di mia nonna (che rimase vedova a quarant'anni e non uscì mai più di casa se non per andare in chiesa); ma pochi decenni dopo era già tutto diverso.

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Di tutte le parenti di entrambi i rami familiari, mia madre è l'unica donna che non abbia mai lavorato: tra le sue coetanee hanno sempre avuto un impiego sua sorella e le sue cognate, le sue cugine e le meno infelici delle sue amiche (non ho mai visto nessuno non lavorare e avere un qualche equilibrio psichico). E stiamo parlando dello sprofondo del Molise o della Brianza o di Bologna, neanche vado a scomodare casi di parti più avanzate del mondo, neanche cito il fatto che Nora Ephron era coetanea di mia madre e quando ha scoperto che il marito la tradiva il suo primo pensiero non è stato come tenerselo comunque né come farsi mantenere a vita: si è messa a lavorare (come, nelle stesse circostanze, fece la sorella di mio padre). Quando la settimana scorsa la corte di Cassazione ha stabilito che quello per cui devi conservare lo stesso tenore di vita dopo il divorzio, e devi farlo coi soldi del tuo ex, è un principio antiquato, i miei conoscenti si sono divisi in due fazioni. Quelli (in genere avvocati) che sostenevano fosse punitivo per le donne, e tutto per colpa di qualche avida che vuole troppo (ho il sospetto che le loro clienti siano ex mogli che hanno perfino meno voglia di lavorare di mia madre). E quelli, tutti ex mariti che hanno come principale argomento di conversazione le pretese economiche delle ex mogli, che si sentivano finalmente vendicati. Il fatto però è che è il concetto stesso di «tenore di vita» a essere ridicolmente antiquato.

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L'idea che ci sia qualcosa di garantito è fantascientifica per chiunque fosse già adulta all'inizio di questo secolo. Se siete libere professioniste, guadagnerete molto meno di dieci anni fa (lo so perché sono una di voi). Se eravate lavoratrici dipendenti, non è detto lo siate ancora. Non siamo andate a frignare in tribunale, anche perché non c'è un tribunale presso il quale denunciare il destino cinico e baro, la crisi e la sfiga di non vivere in anni di boom economico.

Ci siamo date da fare, com'è normale che sia. Senza aspettare che ci salvasse il principe azzurro. Specialmente se quel principe azzurro somiglia a papà, cioè è un uomo infelice che si fa due conti e capisce che, se deve comunque mantenere una moglie insopportabile, tanto vale non dover pagare anche l'affitto d'un secondo appartamento.

(Nella foto d'apertura: un'immagine della terza stagione di Revenge, ndr).

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