Non si finisce mai di fare le madri

Un calciatore vince una partita e dice che sua mamma da lassù lo starà guardando: ma dovrà guardarlo giocare anche da morta? Noi figli non sappiamo proprio mai badare a noi stessi?

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Cosa vogliono da voi? Voi madri, dico. È una delle domande che si pone Louis C.K., il più formidabile comico vivente, di cui finalmente è possibile vedere un monologo in Italia (s'intitola 2017, è su Netflix). Tra le molte cose sue mai viste qui, tra cui i monologhi teatrali uno più favoloso dell'altro, c'è la serie Louie. In una delle puntate C.K. (che nella serie interpreta una versione di se stesso) frequenta una ragazza grassa. La quale gli dice una serie di grandi verità. Che lui non vuole avere una storia con lei perché è un ragazzone dall'aspetto medio e, se si fa vedere con lei, ha paura sia la prova definitiva che è quello il suo campionato: se somigliasse a Brad Pitt, avrebbe molti meno complessi a frequentare una che gli piace ma che non somiglia a una modella.

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E che per un uomo è tutto più semplice: nessuno penserà che, se è autoironico sul suo aspetto, sia depresso, o gli vada detto «Devi volerti più bene», o si debba sospettare che fare lo spiritoso sia una copertura per la tragedia che gli alberga nel cuore. Tu, gli dice più o meno la ragazza, puoi andare sul palco e dire «Guardatemi, faccio schifo», e sborsarti la pancia dai pantaloni; se lo faccio io, qualcuno chiama il pronto intervento suicidi.

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Chiunque sia mai stata non una taglia 40 sa che quella era una grande verità: è capitato a tutte di dire «Sono grassa» e sentirsi rispondere «Non è vero, sei bellissima» in automatico, da gente che neppure t'ha guardato i due secondi necessari a verificare che hai messo su venti chili. Se sei un uomo e dici che stai svaccando, sei Lebowski; se sei una donna, c'è sempre qualcuno che ti parla del dovere dell'autostima. Non è prevista la possibilità che tu stia svaccando anche se ti stimi moltissimo. Né quella che, proprio perché la tua autostima è fondata, tu ti accorga se svacchi.

Era una grande verità, ma le parti femminili di quel dialogo le aveva scritte C.K.: un uomo. Quindi la critica lo massacrò: come osa dirci com'è essere donna. Come se scrivere nei panni altrui – di uomo, donna, ricco, povero, cattolico, astronauta – non fosse tra le abilità di base di chi, di mestiere, scrive. Louis C.K. è un autore particolarmente acuto: in 2017 (che parte con cinque minuti sull'aborto nei quali riesce a farti dar ragione sia a chi abortisce con disinvoltura sia a chi va fuori dalle cliniche abortiste a fare i picchetti) mette a fuoco la questione delle aspettative nei confronti delle madri.

Sua figlia sta studiando la mitologia greca e, arrivata al tallone di Achille, rimasto vulnerabile perché la madre lo reggeva per il calcagno quando l'ha immerso nelle acque che l'avrebbero reso immortale, gli ha chiesto: ma non poteva prenderlo per l'altro piede e reimmergerlo? Oh, insomma, è sbottato il papà: e Achille non poteva stare attento e non andare in giro in infradito? Quanto deve proteggerlo, più che renderlo invulnerabile tranne che per un tallone?

Migliaia d'anni dopo non va meglio: un giocatore vince una partita e dice che la madre da lassù lo starà guardando. Quella povera donna deve guardare le partite anche da morta? Non si finisce proprio mai di fare le madri? Noi figli, chiede il tizio sul palco, non sappiamo proprio mai badare a noi stessi? La risposta non la dà. Lasciandoci con il timore che sia: no, mai.

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