L'arte (digitale) di non farsi cogliere impreparati

Quando penso che i giovani siano la peggior generazione, la vita mi punisce ricordandomi che la peggiore è la mia

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Tra le categorie disagiate cui appartengo, quella cui sono più affezionata è quella di chi non ha fatto i compiti per tempo. Di chi cerca di studiare per l'interrogazione di geografia 10 minuti prima che cominci. Di chi vive nel terrore: ci muoviamo apparentemente disinvolti, ma a ogni angolo ci sono voragini di lacune che dobbiamo scansare con prontezza. Ci riconoscete perché, nei ristoranti, passiamo molto tempo chiusi in bagno, a cercare su Google qualcosa di cui stavano parlando i nostri commensali e su cui non vogliamo farci cogliere impreparati. In febbraio m'è comparsa su Facebook l'invettiva d'un professore di liceo.

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I suoi allievi avevano letto alcuni articoli su Sanremo e non ci avevano capito niente. Tra i riferimenti incompresi: «La marcia trionfale dell'Aida», «Attrice felliniana», «È la notte delle cover, fai attenzione (come direbbe Lucio Dalla)». Invece di trarne la conclusione d'aver fallito come insegnante, e che i suoi alunni fossero creature appena uscite dal Libro della giungla – ignare dell'esistenza di Verdi, di Fellini, di Dalla – il professore e i suoi commentatori ne desumevano che i giornalisti usassero riferimenti di nicchia. Sono stata liceale anch'io (un secolo fa): quando non capivo una cosa, me la andavo a cercare, proprio come faccio oggi. Solo che allora non c'era Google: le ricerche si facevano con le forbici e la colla (praticamente negli anni Ottanta vivevamo nelle grotte). Come diavolo è possibile, nel secolo in cui cliccando dal divano accedi alla più enorme biblioteca di tutti i tempi, che tutti non sappiano tutto, non s'incuriosiscano di tutto, non s'informino di tutto?

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Ogni volta che penso che i giovani d'oggi siano la peggior generazione di sempre, la vita mi punisce ricordandomi che la peggior generazione è la mia. Poche sere dopo, a una cena, un tizio della mia età commenta un'intervista di Sofia Viscardi. Sì, certo che so chi è, dico io, anche se non ho mai guardato i suoi video. Un'amica coetanea ci guarda con la vivacità intellettuale d'una triglia: non l'ha mai sentita nominare.

Quando le chiedo se viva su Marte, mi dà una delle due risposte che danno le persone prive di curiosità: «Mica si può sapere tutto» (l'altra è che però loro sanno la formazione dell'Avellino nel campionato '78-'79, o i nomi di certi pesci che si trovano solo in un certo atollo dell'Oceano Indiano). Poco dopo, guardando il telefono, lei dice: «Uh! È morto Jannis Kounellis!»; lui mi guarda smarrito: «Chi è?». Corro in bagno, ma su Google non c'è «come mediare tra una che non conosce le youtuber per adolescenti e uno che non conosce l'arte contemporanea». Qualche sera dopo, altra cena con altra coetanea. Racconto della secondo me esilarante incomunicabilità tra i due soggetti. La mia commensale però non ride: non ha mai sentito nominare Kounellis né Viscardi. Provo con altri argomenti. Ricky Gervais? Alexander McQueen? I bastardi di Pizzofalcone? Macché, buio. Annaspo, e lei magnanima: «Però conosco certi sentieri nascosti sull'Himalaya». Suggerisco che grazie alle tecnologie moderne è comodo, nonché utile per la civiltà della conversazione, sapere anche qualcosina del mondo in cui si abita; lei risponde serena: «Mi scoccio a cercare». Al solito, nel bagno del ristorante ci finisco io. A googlare i sentieri dell'Himalaya.

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