Milano Zucchero e Catrame, anche io voglio far volare le sedie

Torno a Milano e non vedo l'ora: porto con me due nuove valigie di vestiti, altri libri e una foto di Salvador Dalì che metterò in salotto. E i buoni propositi per il nuovo anno, che sono pochi e sempre gli stessi

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Scrivo questo post alle sei del mattino. Fuori è buio, anzi albeggia. Il cielo sta diventando azzurro e anche se le luci per strada sono ancora accese, cominciano a non avere più alcuna utilità. Ma fanno un sacco di scena. Molto romantiche.

Come mezza Italia sono stato colpito dall'influenza e onestamente cerco di godermela il più possibile. Prima di ricominciare l'anno (che nel 2017 parte ufficialmente il 9 gennaio, giusto?) questi giorni di Efferalgan, sciroppi e minestrine, mi stanno obbligando a resettare il cervello. Ogni tanto serve, aiuta. Superati i primi due giorni di delirio e incapacità assoluta di formulare un concetto, adesso sono nella fase quasi piacevole degli spostamenti dal letto al divano, o dal bagno alla cucina, che faccio deambulando come un ubriaco. Riesco a leggere, vedere film, scrivere, o ascoltare musica, ma sempre con una certa flemma. Con calma, senza ansie, senza sensi di colpa.

È la fase che ho sempre adorato dell'influenza, unico momento in cui se non fai nulla, non ti senti un coglione.

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Lo ammetto, però, domani torno a Milano e onestamente non vedo l'ora. Chi l'avrebbe mai detto. È un po' come partire per un viaggio programmato da tempo. Non sto nella pelle. Faccio le valigie per partire da una casa e arrivare in un'altra, quella su al nord. Solitamente, per un tossicodipendente da elenchi e liste, in questa fase dell'anno, dovrei mettermi qui e compilare le mie solite quattro pagine di buoni propositi, che poi sono sempre gli stessi con nomi o posizioni diverse. È la verità, al di là dell'aspetto professionale, quello che mi riprometto da dieci anni, in fin dei conti, è sempre la stessa roba.

1. Smettere di fumare.

2. Fare sport.

3. Organizzare il mio primo viaggio in India.

In vari momenti del passato, sono riuscito a portare a casa anche risultati importanti: ho smesso di fumare anche per un mese, mi sono iscritto in palestra (senza mai andarci ma pagando per un intero anno) e giocato a tennis , ma il mio viaggio, quello, ancora non sono riuscito a farlo. Ho bisogno di un pretesto, una motivazione che vada oltre il bisogno di scoperta. Sono sempre stato così. Un po' quello che ho fatto con Milano. Sì, mi sono trasferito per comodità e opportunità lavorative, ma soprattutto perché sentivo che dovevo mettere radici in un altro luogo. Ricominciare altrove per non rischiare di parlarmi addosso.

Quindi parto, o meglio, ritorno a casa, portandomi dietro due nuove valige di vestiti, altri libri e una foto di Salvador Dalì che metterò nel mio salotto.

Anche io, quest'anno, voglio provare a far volare le sedie.

Matteo Maffucci, cantante degli Zero Assoluto, lascia Roma per Milano: qui potete seguire (e commentare) le sue peripezie di expat.

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