Milano Zucchero e Catrame, il valore del tempo

Mosso da una curiosità spaziale sono andato a vedere la nuova Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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Uno dei motivi che mi ha spinto a trasferirmi a Milano è la sensazione continua di innovazione che si respira un po' ovunque. Per chi, come me, ha una soglia molto bassa di attenzione e si annoia subito di tutto, ogni volta che mi si presenta la possibilità di vivere qualche novità non mi tiro mai indietro. Qui a volte respiro quella stessa aria effervescente che sento ogni volta che vado a Parigi o New York, città che cambiano aspetto di continuo, offrono sempre una possibilità in più anche se riescono a mantenere sempre un'identità chiara e precisa. Tutta questa premessa per dirvi che qualche mattina fa, mosso da una curiosità "spaziale", sono andato a vedere la nuova Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, nell'area di Porta Volta tra viale Pasubio e viale Crispi, che è stata inaugurata il 13 dicembre. Lo ammetto, sono partito da casa con un'aspettativa enorme, anche troppo, pronto a farmi rapire e conquistare. È sempre stato un mio problema questo. Mi carico così tanto, mi faccio film in testa, costruisco e distruggo, da poi rimanere quasi sempre deluso. Arrivato davanti al palazzo, progettato dal super mega maxi studio internazionale di architettura, tali Herzog & De Meuron, sono rimasto assolutamente spaesato. Enorme, gigantesco, anche troppo.

Ho sempre pensato che la cultura, nella sua accezione più ampia e trasversale, abbia bisogno di calore e semplicità per essere vissuta da tutti.

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Siccome l'obiettivo della Fondazione credo sia quello di creare un nuovo centro di aggregazione per la città, confesso che l'altro giorno mi sono sentito a disagio. Tipo quando si entra in quelle case dove il padrone ti chiede di togliere le scarpe per non sporcare la moquette o il parquet. Se è una scelta che posso fare, va bene. Se è qualcosa di obbligatorio, lo faccio ma di sicuro li non mi sentirò mai a casa. Ecco, l'impatto è stato quello. Entrato, ho trovato poco o nulla di nuovo. Nuovo veramente, cioè mai visto prima. C'è il bar, si respira odore di libri, che adoro, ma tutto questo l'ho già visto milioni di volte. Non voglio fare lo stronzo, volevo sorprendermi. E non è successo.

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Mi aspettavo altro. Ho chiesto informazioni e poi sono andato al primo di cinque piani e in religioso silenzio, come fossi in un museo, sono arrivato in una grande stanza polifunzionale con tante sedie e un palco predisposto per accogliere scrittori, artisti, cantanti e tanti altri con qualcosa da dire (spero). Zero emozioni anche qui. Già visto.

Senza demordere sono sceso e ho chiesto di andare al quinto piano per godere di una vista mozzafiato e vedere la sala lettura. Risposta secca. "È chiusa, aprirà". Ho rosicato come un matto e ho realizzato che la mia visita era finita. Il problema è che questo, forse, non è assolutamente un luogo da visitare o, almeno per me, ma da vivere profondamente. L'obiettivo della Fondazione spero (ancora una volta) sia di diventare fonte di idee e progetti per raccontare storie e scriverne di nuove. La bellezza sta più nell'importanza del progetto che non nella sua presentazione. La sua forza è nella richiesta di partecipazione fatta a tutta la città. Parlo di cittadini, uomini e donne, bambini e anziani, non solo di fighetti o laureandi in architettura. Sono andato per vedere qualcosa, ma in realtà è probabile che sia io ad aver sbagliato approccio. Un po' come uno che ha un'ora libera e decide di vedersi i Musei Vaticani a Roma. Una follia. Condividere, è questo lo scarto mentale che devo ancora fare per capire e godermi Milano ancora di più. Se voglio vivere qui devo entrare in un'altra ottica, sporcarmi le mani, e togliermi questo velo di timidezza permanente.

Scoprirò il valore di questo luogo solo con il tempo. Vivendolo, respirandolo, partecipando.

Matteo Maffucci, cantante degli Zero Assoluto, lascia Roma per Milano: qui potete seguire (e commentare) le sue peripezie di expat.

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