Matteo Renzi, perché gli italiani gli hanno detto «no»

Renzi è stato bocciato non tanto sulla riforma della Costituzione, ma sulla politica economica del governo che non ha affrontato nessuno dei problemi reali del Paese, scrive Corrado Formigli

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Ci sono tre immagini per me potenti e simboliche della parabola di Matteo Renzi. La prima è quella di un ragazzo che si cambia la camicia bianca al volo, dentro al camper che lo porta in giro come una trottola nella campagna delle primarie. Quel ragazzo è Matteo, anno 2012. Sfida Bersani, allora segretario del Pd. Mangia pane e prosciutto, salta giù dal camper per darsi in pasto alla folla adorante dei selfie. Non ha paura di nulla, è il Rottamatore con un futuro davanti. Quelle primarie le perderà, ma nel frattempo è nata una stella. Il suo discorso dopo la sconfitta è bellissimo, la rivincita arriverà presto, dopo le elezioni non vinte da Bersani nel 2013.

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Il secondo fotogramma nella mia memoria ritrae Matteo Renzi appena diventato presidente del Consiglio. Siamo nella primavera del 2014 e da un palco di Scalea indirizza ai calabresi un discorso forte e drammatico: se vogliono un futuro devono cercarselo con tutte le loro forze. E il governo sarà al loro fianco, accanto alla regione più povera del Paese. Quella promessa sarà disattesa. Renzi tornerà raramente nel sud, convinto di dover sempre e ovunque trasmettere del suo governo un'immagine positiva e vincente. Quel sud dimenticato si è preso una rivincita al referendum: la Calabria, assieme alla Sicilia, ha avuto il record di "no".

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La terza fotografia è Matteo Renzi diviso dalla folla e dai giornalisti da un cordone di polizia largo decine di metri. Preoccupato dalle domande non previste e dalle possibili contestazioni, concentrato su una campagna referendaria folle nella quale ha usato (troppo) l'aereo e l'elicottero di Stato e i cortei di auto blu sgommanti. Il Renzi rottamatore, in pochissimi anni si è trasformato nel Renzi di palazzo, distante dai problemi reali della nazione. Dai disoccupati del sud ma anche dai piccoli imprenditori in crisi del nord, che si aspettavano una terapia shock per abbassare il carico fiscale.

Ecco perché il "no" ha vinto in modo omogeneo, come una nube nera di scontento che ha spazzato via l'ottimismo forzato, legato a pochi zerovirgola di crescita economica. Ecco, il "no" a Renzi non è dovuto principalmente alla difesa della Costituzione italiana. È un no alla politica economica del governo. Che non è riuscito a realizzare le tante promesse fatte. Il Jobs act doveva far ripartire l'occupazione ma l'Italia è diventata soprattutto la terra dei voucher, dei contratti a ore pagati una miseria. L'illegalità continua a dilagare, le caste a comandare, la burocrazia a sprecare e impaludare ogni promessa di efficienza. Il Rottamatore è parso sempre più chiuso nella cerchia dei suoi più fedeli collaboratori. Diffidente, estraneo, altezzoso. Fino a illudersi di poter ottenere un plebiscito su di sé, magari elargendo qualche bonus di Stato.

Nella perdita di contatto con la realtà di chi soffre e lavora e nell'ossessivo tentativo di coltivare il consenso con provvedimenti a pioggia anziché puntando a poche, drastiche misure, c'è secondo me la sconfitta di Renzi. Che oggi si lecca le ferite e riflette sui suoi errori. Molti di coloro che lo incensavano e gli obbedivano incondizionatamente adesso lo tradiranno. Ma dubito che si farà da parte, e sarebbe ingiusto che accadesse. È ancora una risorsa della politica italiana, sicuramente un uomo coraggioso e di talento. Tornerà sulla scena, a patto di comprendere la lezione che la realtà, prima ancora dei suoi avversari politici, gli ha inflitto.

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