Era solo un hashtag, mica la odiavo

Nella serie tv Black mirror la Rete è luogo di linciaggi, dove si trova chi ti augura di morire: ma anche nella realtà l'odio si distribuisce a chiunque scriva una cosa che ci irrita

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  1. Siccome Black mirror ha ottimi sceneggiatori, il segno che quel che sembra fantascienza è in realtà iperrealismo è una maestra elementare. Chi più simbolo di brava persona, rispettabile, affettuosa, certo non alienata e psicopatica? Nell'ultima puntata della terza stagione, su Netflix, la maestra è la prima da cui vanno gli investigatori, quando capiscono che qualcuno sta uccidendo davvero tutti quelli cui viene accostato l'hashtag #deathto, «morte a», su Twitter. La prima morta per hashtag è una giornalista che aveva scritto un editoriale non empatico su un uomo che si era dato fuoco. Il secondo è un cantante che, in un talk show, era stato scortese con un bambino suo fan. Entrambi casi – del tutto realistici – in cui la Rete decide che hai sbagliato e meriti il linciaggio. Chi su un social ti augura di morire, di perdere il lavoro e altre amenità, è sempre convinto d'essere dalla parte del giusto. (Consiglio di lettura: I giustizieri della Rete, Jon Ronson).

La maestra è la prima da cui va la polizia: oltre ad aver augurato la morte su Twitter alla giornalista, le ha mandato una torta con la decorazione di glassa «troia schifosa». 80 sterline. Ha fatto una colletta su un gruppo di madri e maestre: chi non metterebbe una sterlina per insolentire una tizia mai conosciuta? Benvenuti nella contemporaneità, dove l'odio scomposto non si conserva per i vicini rumorosi, i parenti invadenti, gli ex fedifraghi, ma si distribuisce disinvoltamente a chiunque scriva una cosa che ci irrita: «Sì, lo so che è morta, ma avete letto cosa aveva scritto? E quanto l'avranno pagata per scriverlo?», dice, convinta d'aver ragione, la maestra alle poliziotte. C'è solo una cosa che ci rende più certi d'essere nel giusto che un'opinione divergente, ed è che quell'opinione sia meglio retribuita della nostra.

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Siccome la realtà è anche lei ottima sceneggiatrice, il simbolo italiano è una contadina. Quando l'intervistatrice di Repubblica le ha chiesto conto degli insulti lasciati sulla pagina Facebook di Laura Boldrini, la donna ha detto che era stanca dopo aver lavorato nei campi tutto il giorno, e che presto avrebbero ammazzato il maiale. L'abbiamo subito assolta: una delle illusioni più fesse e tuttavia più solide della civiltà urbana è che in campagna non possano essere davvero cattivi; magari inattrezzati rispetto a diavolerie come Facebook, magari goffi, ma tutto sommato puri di cuore.

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Tra qualche mese saranno dieci anni che ho un account Twitter, e non ho una linea comportamentale rispetto a quelli che ritengono d'insolentirmi: rispondere, non rispondere, additarli alla pubblica ilarità, ignorarli – alla fine dipende solo da come mi gira quel giorno. Sono abbastanza convinta che non siano davvero pericolosi: l'esperienza mi dice che, se t'incontrano dal vivo, in genere ti dicono che sono tanto tuoi ammiratori e ti leggono sempre. Perché – ed è questo che andrebbe studiato – sono convinti che la Rete sia un universo a parte, con sue leggi diverse («Stavo solo esercitando la mia libertà d'espressione», dice la maestra nel telefilm) e che sia persecutorio trattarli come se le parole fossero importanti. Quando le fanno vedere il tweet «morte a», la maestra sbuffa: sì, vabbè, l'hanno ammazzata, ma quello era un hashtag, mica una cosa del mondo reale.

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