(E)lezioni americane: basta che sia uomo

«I neri hanno avuto diritto di voto nel 1870, le donne di qualsiasi colore, negli illuminati Stati Uniti, 50 anni dopo», commenta Guia Soncini

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La prima analisi del voto l'ho trovata in Questo è Kafka? (Adelphi). Un lettore scrive all'autore della Metamorfosi che ha comprato il suo libro, l'ha regalato alla cugina, la cugina non ci ha capito niente, ha chiesto alla madre, niente neanche lei, l'altra cugina pure non capisce di che diamine parli quel racconto, e vogliono saperlo da lui, che ha fatto dono del libro ed è pure laureato, e lui ora rischia la figuraccia, e quindi scrive la lettera più temuta da ogni scrittore: quella «Mi spieghi il suo libro». Era il 1917, cent'anni prima della presidenza Trump. Oggi, la cugina scriverebbe uno status su Facebook contro gli scrittori che scrivono di incomprensibili trasformazioni in scarafaggi tirandosela da intellettuali; lo status diverrebbe immediatamente virale; gli intellettuali si interrogherebbero sui loro errori: bisogna scrivere più semplice, invece di alienarsi il popolo. Come può la complessità dello scarafaggio portare consenso, suvvia. L'hashtag #insetticida diventa trending topic e baluardo d'una nuova (in)cultura. Sul comodino di Trump viene fotografata una confezione di Baygon.

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La seconda analisi del voto l'ho trovata in una serie ambientata a New York tra il 1969 e il 1970. Si chiama Good girls revolt, e racconta le ragazze che lavorano nella redazione di Newsweek (nella serie chiamato News of the week). New York siamo abituate a considerarla la città più libera del mondo, e il '69 in America era l'anno di Woodstock, per dire: non dovrebbe somigliare agli anni Cinquanta in Molise. E invece le ragazze non possono scrivere, solo fare le ricerche per pezzi firmati dai maschi; devono innanzitutto pensare a sposarsi: «Sono passati due anni e ancora non hai un anello», dice a una ricercatrice talentuosissima una madre per cui la carriera, per le donne, è un capriccio secondario; e la segretaria tiene nascosto d'avere una figlia, e quando un giorno non sa a chi lasciarla la nasconde sotto la scrivania, e la proprietaria del giornale quando la vede dice senza una goccia d'empatia «Non è posto per bambini». Nella prima puntata, Nora Ephron (interpretata da Grace Gummer) si licenzia: scrive molto meglio del reporter per il quale dovrebbe fare ricerche, figuriamoci se è disposta a farsi da parte per farlo risplendere. Tutte la guardano come un'invasata. Tre anni dopo, nel 1972, John Lennon scriverà Woman is the nigger of the world, la donna è il negro del mondo. Dimenticando anche lui un dettaglio, quello che differenzia Barack Obama da Hillary Clinton: gli uomini neri, negli illuminati Stati Uniti, hanno avuto diritto di voto nel 1870; le donne di qualsiasi colore, cinquant'anni dopo.

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La terza analisi del voto l'ho trovata su Facebook, e potrei intitolarla «io non vedo più la realtà, non vedo più a che punto sta la netta differenza». Una conoscente che è stata a casa dal lavoro un anno per ogni gravidanza, si porta regolarmente i figli in redazione, e ha tutti i vantaggi dello Stato sociale italiano, tra una foto dei bambini e l'altra ha sostenuto tutta seria di essere nelle stesse condizioni della segretaria di Good girls revolt, quella che occulta la prole. Ci piace così tanto lamentarci, che votiamo chi alimenta il nostro vittimismo. Se quel personaggio di Paolo Virzì che diceva «Siete brutti, siete poveri» si candidasse, lo voteremmo gongolando.

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