Terremoto in Centro Italia: anche le parole servono

Le parole non scaldano, non sfamano, non rialzano i muri, ma ho solo quello da dare e prometto di lasciarle sempre accese, perché non è vero che sono inutili: servono a tenere viva l'attenzione, a raccontare​, a collaborare

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Non ci sono parole per descrivere l'angoscia, lo sgomento, il senso di impotenza e la commozione che ho provato in questi giorni – che tutti abbiamo e stiamo provando – di fronte al disastro causato dal terremoto in Centro Italia. Vedere interi paesi rasi al suolo; le mani che scavano tra le macerie in cui erano sepolti corpi vivi; i volti disarmati degli sfollati sono immagini che resteranno impresse per sempre nella nostra memoria collettiva. Come l'Irpinia, come Moro accucciato senza vita dentro una R4 rossa, come Alfredino inghiottito nella pancia della terra, a Vermicino.

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Anni prima di rientrare in una casa

I vecchi e i bambini. È su di loro che la tragedia mi sembra più intollerabile. Le piccole vite perdute o mutilate. Gli anziani seduti su un muretto – la coperta sulle spalle, lo sguardo altrove – ad aspettare. Ci vorranno anni prima che riescano a rientrare in una casa. Anni che forse non avranno, e che butteranno via tra una tendopoli e un prefabbricato con il bagno in comune, oppure se va bene nella stanza di un albergo a centinaia di chilometri dalla propria storia, lontano dalle facce e dalle cose di sempre: le chiacchiere al bar, il giornale, l'orzo al mattino con la pasticca per la pressione. Le facili abitudini che rendono le ore più lievi.

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Restano solo le macerie

Sembra sempre inutile e sconveniente parlare di una tragedia da spettatore. Facile «esprimere vicinanza» da lontano, nel guscio morbido di un'esistenza che non ha conosciuto interruzioni – la sveglia al mattino, la spesa, i libri per la scuola e poi magari stasera si va fuori – mentre lì tutto da un giorno all'altro si è fermato. E si fanno i conti col prima e col dopo. La vita a destra e a sinistra della crepa. «Che ne sai tu di quello che provo? Di quel pensiero che torna ossessivo, ho perso mio figlio. Oppure mio padre mia madre mio fratello. Che ne sai tu di chi non ha più niente?». Un posto dove stare, un vestito da mettere, una cosa da mangiare. Niente. Solo macerie. Le parole purtroppo non servono a niente. Non scaldano, non sfamano, non rialzano i muri. Ma ho solo quelle da dare e spero che offrano almeno un po' di ristoro. 

Centinaia gli aiuti del Paese

Prometto di lasciarle sempre accese queste parole, perché non è vero che sono inutili, a qualcosa servono: a tenere viva l'attenzione. A non dimenticare, quando si spengono i riflettori e le prime pagine iniziano a occuparsi d'altro. Servono a raccontare, a svegliare le coscienze, a collaborare. Ognuno come può. Sono centinaia i volontari che da tutta Italia sono andati a dare una mano per estrarre i corpi dalle case crollate e offrire i primi soccorsi.
E centinaia gli aiuti pervenuti sotto forma di denaro, cibo, vestiti, mediante sms solidali, associazioni, ong, iniziative private. Questo dimostra quanto può essere generoso il nostro Paese quando vuole. Ma affinché questo sforzo comune sia davvero efficace, stiamo attenti a indirizzare bene il nostro sostegno e darlo in modo mirato. Se stiamo insieme, ci si può rialzare. 

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