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l’adolescenza triste e un po’ banale della ragazza “emo

l’adolescenza triste e un po’ banale  della ragazza “emo

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Mercoledì, 27 gennaio 2010 13:53

Samantha non leggerà mai Gioia. È incompatibile con la testata, perché lei è una emo. Le emo sono ragazze, ma anche ragazzi, che si macerano nel dolore. Leggermente maso, viso dolente e gergo vittimista, ferite autolesioniste, tendenza a veder nero anche se hanno capelli fucsia e creste fosforescenti. Pensavo che gli emo fossero un vecchio ramo del punk rock, una specie di corrente musicale iettatoria. Poi li ho ritrovati nei film recenti di Checco Zalone e di Carlo Verdone, ma ho pensato che fossero solo figli della fiction comica. Invece ho conosciuto in treno una emo in carne e ossa, soprattutto ossa; anzi un grappolo, sugli scalini di una carrozza che scendeva verso il sud.
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Con Samantha io non ho parlato perché per loro ero trasparente e difficilmente le avrei scucito parole, forse solo brevi insulti. So il suo nome perché l’ho sentita chiamare dalla sua amica emo dai capelli in cresta e da un lemure con le lenti scure e la frangetta obliqua. Così le ho notato sui polsi una traccia di lamette, che ho scoperto essere il simbolo della loro appartenenza al gruppo sanguigno degli Emo. Tentare il suicidio o almeno figurarlo è la loro tessera di ammissione, o se preferite, il loro rito di iniziazione. Mi ha colpito anche un tatuaggio sentimentale, un cuore a forma di teschio. Si scambiavano effusioni ma più che tenerezze mi parevano segni di cordoglio; erano in lutto per se stesse. Credono di essere ipermoderne, ma a me ricordavano le loro bisnonne vestite a lutto da una vita.
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Mi ha incuriosito questa adolescenza triste, anche perché consideravo la tristezza come un segno di intelligenza (il genio è melanconico); ma non vedevo in loro sguardi svegli né sentivo discorsi sagaci nelle loro parole al ralenty, tra monosillabi smozzicati e banalità biascicate. Non mi parevano lettrici di Leopardi e Schopenhauer, insomma.
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Fateci caso, di emo siamo circondati. Ci sono bande nelle metropoli, nelle periferie e nei paesi. Non ho ben capito se emo evochi l’emozione o il prefisso emo stia per sangue. Tanta posa, qualche brutta pasticca, ma anche il disagio di vivere in famiglie sfasciate, in solitudini alleviate da web e telefonini, in società disabitate da Dio, passioni e valori. Li avevo dimenticati. Poi li ho ritrovati mentre cercavo sul web nuove pubblicazioni su Andrea Emo, un filosofo invisibile morto alcuni anni fa. Emo il filosofo non c’era almeno nelle prime notizie; in compenso c’era un fiume di news, messaggi e confessioni degli emo, le loro richieste d’odio e di stupro, i loro lugubri nickname e le loro immagini che sembravano i modelli prestampati dei ragazzi moribondi del treno. Mi sono così ricordato di quella smandrappata comitiva che andava al proprio funerale. Li avevo visti scendere con flemma dal treno, come astronauti sulla luna. Poi erano scomparsi tra vagoni dismessi. Forse andavano a piangere un binario morto.
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di Marcello Veneziani Editorialista de il Giornale, saggista, sta per pubblicare Amor fati (Mondadori)

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