Prove Invalsi: perché i test a scuola sono accompagnati da polemiche

​Forse è il momento di ammettere che la nostra  scuola non seleziona i più bravi perché gli italiani non sopportano di essere giudicati: grandi e piccoli  

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Puntuali come le feste comandate, al via delle prove Invalsi (ultimo appuntamento 17 giugno per i ragazzi di terza media), partono anche le proteste a scuola e non solo. Scioperi, bambini tenuti a casa, azioni di boicottaggio da parte degli insegnanti e persino degli studenti (a Casalecchio, in provincia di Bologna, sono stati sospesi 13 studenti dell'Istituto Alberghiero per aver boicottato i test del 12 maggio 2016, con scarabocchi e cancellature del codice identificativo dell'alunno, ndr). 

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Il nostro Paese, è cosa nota, ha qualche problema nell'accettare le misurazioni. Che poi non sono altro che regole, condivise, per conoscere meglio il nostro operato secondo l'adagio, tutto nordico per la verità, che misurare è conoscere. Ma, come dice Giorgio Neglia, consigliere del Forum della meritocrazia e coordinatore gruppo di lavoro che ha messo a punto il primo "meritometro" in Europa: «Riconoscere e promuovere il merito, in Italia, è soprattutto un problema culturale». 

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Scuola classista

«La valutazione è percepita come evento punitivo», continua Neglia, «mentre è proprio la condivisione di standard oggettivi la strada per costruire una società meritocratica». Inutile dire che, in base ai sette pilastri usati come indicatori quantitativi per misurare il merito (libertà, pari opportunità, qualità del sistema educativo, attrattività per i talenti, regole, trasparenza, mobilità sociale), il nostro Paese si trova in fondo alla classifica su ogni punto. Anche se qualche passo in avanti è stato fatto. Ma il problema di parlare di merito in ambito scolastico resta. 

«C'è l'annoso problema della valutazione degli insegnanti, e c'è l'equivoco di percepire la scuola meritocratica come elitaria quando, al contrario, è una scuola che premia l'impegno di tutti», conclude Neglia. In effetti, guardando proprio uno degli ultimi rapporti Ocse, è la scuola italiana, quella che di valutazione e merito non vuole sentir parlare, la più discriminatoria d'Europa, che riempie i licei di ragazzi con genitori per lo più laureati, e fa sì che la vera chiave del successo scolastico sia la condizione economico-culturale. 

Anche la recente circolare del Miur che parlava della possibilità di organizzare le classi per "gruppi di livello" ha suscitato polemiche. Tra le voci critiche, quella del professore di pedagogia all'Università Bicocca di Milano Raffaele Mantegazza: «Se si vuole definire il merito in ambito scolastico bisogna partire dal mandato indicato dalla Costituzione, e cioè quello di formare una persona capace di condividere il proprio sapere». 

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Insegnamento ad personam 

«Ecco, se la scuola deve fare questo, il merito non è del ragazzino che sa tutto, ma di chi è in grado di mettere a disposizione i propri talenti nella comunità», continua Mantegazza. Certo, l'insegnamento uguale per tutti è inefficace, ma bisogna dare contenuti diversi per diverse competenze, non per diversi livelli. Bisogna trovare la specificità di ciascun ragazzo mettendo in atto un lavoro interdisciplinare, l'unico che garantisce la personalizzazione dell'insegnamento e l'emergere delle eccellenze». Peccato però che, come sa chiunque che abbia un figlio o una figlia a scuola, l'insegnamento personalizzato sia una chimera. 

Dobbiamo dunque rassegnarci a un sistema scolastico che non premia i meriti? A non avere gli strumenti per scegliere una scuola? «Direi di no. Sul sito de La scuola in chiaro (cercalatuascuola.istruzione.it)sono stati pubblicati i rapporti di autovalutazione di molte scuole che, attraverso 49 indicatori, dal tasso di dispersione all'età media degli insegnanti fino agli obiettivi prefissati, danno un quadro piuttosto preciso della "bontà" di ciascuna scuola. Le prove Invalsi invece verificano "solo" la comprensione di un testo e la capacità di applicare le nozioni matematiche», afferma la presidente dell'Invalsi Anna Maria Ajello. 

Investire sull'intelligenza

Inutile quindi fare confronti con sistemi da sempre esempio di efficacia scolastica come quello del Nord Europa, dove la formazione degli insegnanti è importante; o come quello di Singapore, dove l'investimento sull'intelligenza dei propri figli è alto. Inutile, e nemmeno del tutto veritiero, visto che molte di queste mirabolanti performance, come suggerisce Ajello, sono la conseguenza di strategie opportunistiche che selezionano, a priori, solo gli studenti eccellenti in partenza. 

Perché, e questo è il punto, «il merito di una scuola non si valuta dalle eccellenze, ma dalla capacità di creare un valore aggiunto a parità di studenti in ingresso. Se io faccio entrare solo i migliori avrò certo buoni risultati, ma avrò confuso il valore degli studenti con quello degli insegnanti», dice Gianfranco De Simone, ricercatore della Fondazione Agnelli e responsabile del progetto Eduscopio (eduscopio.it), uno degli strumenti di riferimento usato da genitori e studenti per confrontare le scuole. «Noi abbiamo solo confrontato gli istituti, utilizzando i risultati ottenuti al primo anno di università. È lì, e non dai voti di maturità di provenienza, che si vedono gli effetti e la "bontà" delle scuole frequentate. Nel futuro vorremmo verificare l'impatto nel mercato del lavoro andando a vedere come e quanto quegli studenti hanno lavorato dopo il diploma». E così si chiude il cerchio. 

Ricordando che, come riporta la ricerca citata da Roger Abravanel nel suo libro La ricreazione è finita (Rizzoli), il 58 per cento degli studenti universitari e datori di lavoro dice che gli atenei non forniscono ai giovani le competenze adeguate. E continuare a rifiutare di "misurarsi" forse non è la soluzione.      

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