Bullismo: 10 consigli per genitori (di vittime e di bulli)

I consigli pratici per genitori tratti dal libro Piccoli bulli e cyberbulli crescono, di Anna Oliverio Ferraris

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Ripartire dal bullo. È il messaggio forte e chiaro di Piccoli bulli e cyberbulli crescono - Come impedire che la violenza rovini la vita ai nostri figli (Rizzoli), della psicoterapeuta, sul tema superesperta, Anna Oliverio Ferraris: ci lavora da decenni e ancora non si è stancata di andare nelle classi a raccontare come si fa, in concreto, a contrastare il fenomeno. Certo gli insegnanti hanno un ruolo essenziale: minacce, pestaggi, violenze fisiche e psicologiche si protraggono per anni nelle aule e nei corridoi, e come ha scritto il dirigente di una scuola media romana, Andrea Caroni, in una lettera aperta poi diventata virale, «non possiamo non occuparcene, non possiamo abdicare al nostro ruolo educativo». Però anche i genitori possono, anzi devono fare qualcosa per difendere i figli vittime di bullismo e cyberbullismo. E se sono genitori di bulli, aprire gli occhi, e provare a occuparsi di loro. Ecco 10 consigli per genitori contro bullismo e cyberbullismo tratti dal libro.

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1. Aggressività e violenza non sono sinonimi

Spesso confondiamo violenza con aggressività, ma i due termini indicano due diversi momenti e condizioni. Si può essere aggressivi e violenti, ma anche soltanto aggressivi e non violenti: ovvero riuscire a controllare i propri impulsi. L'aggressività è una manifestazione della forza vitale e può trasformarsi in violenza, fisica o psicologica, in presenza o, come nel caso del cyberbullismo, virtuale; ma c'è un'aggressività sana, creativa, appassionata, che consente di fare le cose. Si chiama grinta, e tutti i bambini, anziché diventare bulli, potrebbero semplicemente trasformarsi in ragazzi grintosi.

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2. I bambini devono poter parlare di rabbia e di odio

Per evitare che crescano troppo arrendevoli e timorosi, e dunque che diventino le vittime perfette per un bullo oppure, all'opposto, che si sentano frustrati e diventino troppo aggressivi, i bambini anche piccoli devono, in famiglia, poter esprimere dissenso, parlare di rabbia e anche di odio: sono sentimenti reali, come tali vanno riconosciuti. Parlarne è il primo passo per poterli, poi, controllare.

3. Ma è bullismo o gioco?

Ci sono forme di interazione tra bambini e ragazzi che si collocano a metà tra il gioco e l'aggressione, e quindi non possono essere considerate manifestazioni di bullismo o comunque di "cattiveria". Tra gli indizi per capire la differenza ci sono le espressioni del viso e della voce (se si gioca alla lotta si ride, tutti; occhi sbarrati, volti rossi e pianto indicano il contrario), il "controllo" (nel gioco i colpi sono "per finta", o lievi, nella lotta vera sono forti; nel gioco la parola permette di bloccare un confronto che si sta spingendo troppo in là, e di evitare l'escalation di violenza); infine, l'esito. Se è gioco i bambini restano assieme, dopo un litigio, invece, si separano.

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4. Vittime consenzienti

Alcuni bambini sembrano avere un ruolo nell'innescare l'aggressività dei compagni e delle compagne. Per attirare l'attenzione un bambino può usare un tono di voce lagnoso, fare domande a raffica senza però ascoltare le risposte, cercare di attirare l'attenzione su di sé fingendo di avere inciampato, di aver preso la scossa, di aver ricevuto una cattiva notizia. Può darsi che a un certo punto dell'infanzia questo bambino abbia scoperto che facendo la vittima può attirare su di sé l'attenzione, creare un clima di eccitazione. A volte tra aggressore e vittima può esserci complicità, a volte la vittima può non denunciare. Da genitori attenti, possiamo, anzi dobbiamo sforzarci di capire che ruolo ha nostro figlio all'interno del gruppo dei pari.

5. Il mito della violenza

Esiste e anima i gruppi, anche di bambini piuttosto piccoli. Basta pensare alle violenze "ricreative", tipo i sassi lanciati dal cavalcavia per combattere la noia, o al furto per gioco, una forma di violenza gratuita o "espressiva", come la chiamano i sociologi. Si ruba non per bisogno ma per l'atto in sé, per l'eccitazione o il gusto della sfida. Stesso discorso per il bullismo: può non essere odio ma (stupida) abitudine, consolidata dal gruppo. Il primo passo? Parlarne con i diretti interessati. Al bullo possiamo semplicemente cominciare col chiedere: «Perché lo fai?».

6. Dare un nome alle cose

Alla base degli atti di bullismo (come di tanti altri) c'è un problema di tipo cognitivo: il bullo, specie se "piccolo", non è perfettamente consapevole delle conseguenze delle proprie azioni. Biasimiamo i giovani bulli, ma mostriamo loro (al cinema, in tv, nei videogiochi) scene in cui la guerra e la violenza sono continuamente esaltate. Se il mantra che sente ripetere continuamente è "distruggi il nemico", difficile che nostro figlio non ne risenta.

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7. La prevenzione? Inizia in famiglia

Oggi sentiamo molto la necessità di dare ai nostri figli la tenerezza di cui hanno bisogno; ma oltre all'amore-tenerezza un figlio deve incontrare anche, crescendo, l'amore-fermezza, ossia una serie di regole coerenti, adeguate all'età, e una guida. Le regole fanno sentire bene i bambini, danno sicurezza e permettono di fare previsioni. Rispettare i turni, aspettare, condividere, capire che anche gli altri hanno le stesse nostre esigenze, sono apprendimenti necessari per un bambino. E spetta a noi genitori trasmettere questi apprendimenti.

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8. Riconoscere le cyber-insidie

Da genitori e da insegnanti, se vogliamo prevenire e contrastare il fenomeno, dobbiamo saperlo: nel cyberbullismo, che va sempre più diffondendosi, gli attacchi sono amplificati. Da un lato è più facile sferrarli protetti dall'anonimato e dallo schermo di un pc o di uno smartphone, dall'altro difficile disinnescarli se diventano virali. L'assenza del rapporto faccia-a-faccia, seppur doloroso, consente a colui che viene aggredito fisicamente di vedere il bullo; e il bullo dal canto suo non può ignorare le reazioni della vittima. La mancanza di presenza, nel cyberbullismo, favorisce la disinibizione e diminuisce (o azzera) l'empatia.

9. Consigli ai naviganti

È compito dei genitori valutare quando e se regalare al proprio figlio uno smartphone. E se alla fine il telefono arriva nelle sue mani, è loro compito aiutarlo a gestirlo fin dall'inizio, perché a) non diventi una presenza totalizzante: crea dipendenza e b) venga utilizzato seguendo alcune "buone regole" di web-educazione. Alcune scuole stanno lavorando assieme agli insegnanti alla creazione di "decaloghi partecipati" su come usare smartphone, WhatsApp, Facebook... favorire la condivisione di esperienze e l'iniziativa dei ragazzi è un ottimo punto da cui cominciare.

10. A volte, per fortuna, è più semplice di quel che sembra

La rete è zeppa di spunti e di "giochi sociali" per contrastare il bullismo. Se ne parla sul sito del Telefono azzurro a proposito del progetto Enable, condiviso con il Network europeo antibullismo. E ne parla anche il libro di Anna Oliverio Ferraris Piccoli bulli e cyberbulli crescono, da cui sono tratti i consigli che avete letto. Sono attività divise per fasce d'età (a partire dalla scuola primaria) e chiunque, con un po' di applicazione, può proporle e condurle nei gruppi. Non solo gli insegnanti, ma anche noi genitori. La buona notizia? Prima si comincia a contrastare il bullismo, più possibilità si hanno di riuscirci.

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