Confessioni di donne milf italiane: sono una "mother I'd like to fuck"

​La prima volta è stata con il maestro di suo figlio, al colloquio per le pagelle. Sensi di colpa? Nessuno: «Non sento di tradire mio marito»

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Sono una milf, una mother I'd like to fuck, ovvero "una mamma che mi farei". Me l'ha urlato in faccia la fidanzata del mio personal trainer (18 anni meno di me), quando ci ha beccati mezzi nudi nello spogliatoio (maschile) della palestra (chiusa al pubblico).

Io, che non avevo mai visto American pie (il film che ha battezzato la categoria), non avevo idea di cosa significasse. L'ho cercato su Internet e ho scoperto un mondo pieno di milf e di cougar, le pantere che vanno dal chirurgo per competere con le ragazzine.

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La prima volta che ho sedotto un uomo più giovane avevo 36 anni e non avevo mai pensato che essere madre mi rendesse più sexy. Era il primo giorno di scuola di mio figlio, ero ben truccata e vestita con cura. Volevo che Pietro – mio figlio – fosse fiero di sua madre. Non che la maternità abbia annullato la mia femminilità: complice il mio lavoro (sono una commercialista), non ho mai smesso di tenermi in forma. E anche grazie a mio marito, che non ha mai smesso di trovarmi sexy, i periodi di navigazione a vista sono durati relativamente poco.

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Il problema (o almeno così dicono le mie amiche) è che mio marito non c'è mai. Così, quel mattino di settembre, il maestro di prima elementare mi è sembrato il principe azzurro: un'ondata di endorfine mi ha fatto perdere l'equilibrio. Giovane, bello, sorridente, rassicurante. Credo di aver balbettato (soprattutto quando mi sono accorta che l'occhio gli era caduto nella scollatura della camicetta). Per fortuna aveva altre venti madri da conoscere e, dopo una stretta di mano e un sorriso un po' troppo ammiccante, era già nella fila dietro.

Sono tornata a casa con le farfalle nello stomaco, come un'adolescente. Poi la routine ha preso il sopravvento e l'ho dimenticato. L'occasione è arrivata alla fine del primo quadrimestre, insieme ai colloqui per le pagelle. Sono arrivata per ultima (un po' a causa del lavoro, un po' facendolo apposta) e vestita da pornosegretaria. Abbiamo parlato di Pietro, ma mentre lui tesseva le sue lodi guardandomi fissa negli occhi, io pensavo a tutt'altro. «Quanti anni hai?», gli ho domandato dandogli del tu. «Ventisei», ha risposto mettendosi una mano nei capelli.

È fatta, ho pensato, ora o mai più. Gli ho chiesto di indicarmi il bagno. Appena entrata l'ho richiamato lamentandomi: «La chiave non gira». Lui si è infilato dentro per provare la serratura (che funzionava alla perfezione) e ci siamo ritrovati chiusi dentro, a dieci centimetri l'uno dall'altra, tesi come due adolescenti. Mi sono abbassata per guardare quale magia avesse fatto e mi sono ritrovata all'altezza della sua cerniera. Il resto ve lo immaginate: gli uomini adorano la fellatio e anche se non è mia abitudine farla alla prima occasione, quella volta non sono riuscita a trattenermi.

Tecnicamente non era stato sesso, quindi dopo non mi sentivo in colpa. Né con mio marito, né con la mia coscienza. Poi però il sesso è arrivato, eccome. L'abbiamo fatto per tutto l'anno scolastico, ovunque (in macchina, negli hotel a ore, nei bagni dei bar, nell'appartamento di una mia amica) e in tutti i modi. C'incontravamo dove volevo io e quando volevo io, un paio di volte al mese, durante la pausa pranzo.

Io ero sposata e lui fidanzato: mai avrei pensato che si sarebbe innamorato. Si è dichiarato a giugno. Aveva lasciato la fidanzata e mi ha invitato al mare. Gli ho detto che la storia era finita. Mi sentivo tradita, come se avesse infranto un patto implicito. Non avevamo fantasticato un futuro, né ci eravamo raccontati il passato. I nostri appuntamenti erano animaleschi, gioiosi, per lo più silenziosi e decisamente sudati (in tutti i sensi). Invece del senso di colpa, però, ho deciso che se fosse capitato ancora avrei messo le cose in chiaro fin da subito.

La dinamica è sempre uguale: li individuo, li seduco e li porto dove voglio io. Il primo approccio è sempre il sesso orale, che li spiazza e nello stesso tempo mette in chiaro (a lui, ma anche a me stessa) la volontà di evitare ogni coinvolgimento sentimentale.

Se ci incontriamo solo per fare sesso, io non mi sento in colpa e ho meno paura di essere scoperta: nessuno può avanzare pretese e avere interesse a parlare. D'altra parte, la città è piccola, la gente mormora e questo è uno degli aspetti che mi eccita di più, costringendomi a non lasciare nulla al caso e a non rivedere mai più di tre volte la stessa persona. Perché gli uomini non sono discreti, i ragazzi ancora meno. Ho fatto pace con il complesso morale: non tradisco mio marito (che amo dai tempi del liceo) facendo del buon sesso mentre lui è via per lavoro.

Noi siamo e restiamo una bella famiglia.

Le palestre sono i posti migliori dove andare a caccia: i ragazzi sono farfalloni e tonici. L'universo didattico resta però il mio bacino preferito: i maestri e gli insegnanti sono giovani, colti, puliti e imbarazzati. E, soprattutto, gratificanti: non tanto dal punto di vista sessuale (rispetto all'esperienza dei quarantenni non c'è storia), ma da quello umano. Apprezzano il mio fascino di donna, di madre e di professionista. E anche di grande amante del buon sesso. Che male c'è?

(testimonianza raccolta da Giulia Vola)

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