Anoressia: la storia a lieto fine di Arianna

​Tutto inizia con un tubino blu, e una dieta trovata su Internet. Quando la bilancia segna 43 chili, capisce di essere malata

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A 17 anni non mi preoccupavo di quel che mangiavo, ero spensierata e allegra. Alla soglia del mio diciottesimo compleanno, ho cominciato a confrontarmi con le amiche: mi vedevo più grassa, più brutta di loro. Volevo entrare in quel vestito che avevo comprato sul sito di Topshop: era il mio primo tubino, stavo diventando grande e volevo solo piacere, e piacermi. Così quell'estate ho iniziato una dieta da 1.200 calorie al giorno, trovata su Internet. Niente carboidrati e niente dolci, e andavo in palestra. Non pensavo di cadere in un disturbo alimentare: nella mia testa era tutto normale. In un paio di mesi sono passata da 60 a 55 chili. Alla mia festa ho indossato il tubino e ho mangiato una fetta di torta e un macaron (saltando la cena).

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Ho continuato a mangiare sempre meno e a trasformare il cibo in un numero: contavo ogni caloria che assumevo e quelle che perdevo con l'attività fisica. Ne ero ossessionata. Non sentivo la fame, ero troppo determinata a perdere peso, e il peso scendeva. I miei genitori erano preoccupati, mi controllavano, finché mi hanno mandata da una dietista. Mi ha proposto un regime da 1.800 calorie giornaliere, ma io non ne volevo sapere. Fingevo di mangiare, poi sputavo il cibo nel tovagliolo. A scuola mi portavo petto di tacchino e fiocchi di latte. Ansavo sempre più in palestra, nel giro di pochi mesi pesavo 43 chili e mi erano scomparse le mestruazioni. È allora che mi sono resa conto di essere malata. Gli amici mi prendevano in giro, l'istruttore si rifiutava di farmi fare gli esercizi. Da una parte ci stavo male, mi sentivo sola, incompresa. Dall'altra godevo nell'essere "la ragazza troppo magra". Finalmente ero notata.

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Qualcosa è cambiato quando ho terminato il liceo e ho scelto l'università: da Parma mi sono trasferita a Rimini, a studiare moda. Avrei vissuto da sola, senza il controllo né il sostegno della dietista e dei genitori. E così ho pensato di aprire un account Instagram su cui ho iniziato a postare ciò che mangiavo, scrivendo nei commenti preparazione, ingredienti, calorie, ma soprattutto come mi sentivo. Così riuscivo a tenermi controllata da sola: cucinavo, fotografavo, scrivevo. Poi riguardavo quel diario alimentare virtuale imparando a gestire pasti ed emozioni.

All'inizio quello su Instagram era solo uno spazio mio, ma in breve molte ragazze hanno cominciato a seguirmi, commentare le foto e a sostenere la mia auto-guarigione. Oggi ho quasi 6.000 follower: il mio diario è diventato una pagina di riferimento per persone che soffrono, o hanno sofferto, di disturbi legati al cibo. È stato questo ad aiutarmi più di ogni altra cosa a sconfiggere la malattia: per la prima volta mi sono sentita utile per qualcuno. «Grazie Arianna, senza la forza che mi hai trasmesso, non ce l'avrei mai fatta a guarire!», mi scrivono. E io rispondo a tutte: quelle ragazze sono parte della mia famiglia ormai. Condividiamo non solo immagini, ma sensazioni, esperienze. Siamo amiche.

Una volta sono andata a trovare una ragazza conosciuta su Instagram, era ricoverata a Modena. Quando l'ho vista, scheletrica, le flebo nelle mani e il viso scavato, per la prima volta ho avuto paura. In questi anni ho capito che è a causa di pessima autostima, insicurezza e senso d'inadeguatezza che decidiamo di accanirci sul nostro aspetto fisico. Anoressia, bulimia, ortoressia: tutto parte dalla mente. Ma con il sostegno di chi amiamo possiamo farcela. Io, con l'aiuto dei miei follower, ne sono uscita.

Certo, sono ancora sottopeso, ma pian piano sto risalendo. Mi preoccupo meno del mio aspetto e ho imparato a piacermi un po' di più. Faccio colazioni abbondanti, consumo frutta, verdura, carne, pesce, cereali e mi concedo spesso un gelato, dei biscotti, un po' di cioccolato.

Ho imparato a vedere il cibo come una cura, non una minaccia.Ho aperto un blog su cui annoto i miei pensieri e sostengo le cause a favore dell'amore per se stessi e per il cibo. Non so se la mia storia ha qualcosa di speciale, ma per una volta il mondo di Internet e dei social network ha creato una community reale, di sostegno e di aiuto. Qualcosa di positivo nel mondo digitale c'è: forse anche la semplice attitudine a usare i filtri di Instagram può contribuire a salvare una vita.

Testimonianza di Arianna raccolta da Sara Noseda

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