Perché il sale rosa dell'Himalaya non è l'ingrediente miracoloso che pensavi

Se ne è parlato molto in questi anni, ma forse non è tutto oro quello che luccica: il parere del chimico e divulgatore scientifico Dario Bressanini

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Il sale rosa dell'Himalaya negli ultimi decenni ha conosciuto un successo inaspettato grazie alle sue decantate proprietà: avrebbe il potere di combattere la ritenzione idrica e l'ipertensione, di migliorare la capacità di assorbimento dell'intestino, la salute delle ossa e dei reni, di ridurre i crampi, di migliorare il riposo notturno e persino di accrescere il desiderio sessuale. Insomma questo sale, che è rosa perché non viene raffinato e sottoposto a trattamenti sbiancanti, è stato promosso a più riprese come perfetto sostituto, più salutare, del comune sale da cucina. Ma cosa c'è di vero?

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Sicuramente non si tratta esattamente di un prodotto a chilometro zero, visto che arriva da una miniera del Pakistan molto estesa, e il suo prezzo non è proprio abbordabile (arriva infatti a costare dalle 7 alle 30 volte in più rispetto al sale marino), ma c'è di più: il suo uso sarebbe infatti, o meglio è, soltanto una costosa moda alimentare, e il divulgatore scientifico e chimico Dario Bressanini ha provato a fare un po' di chiarezza attraverso un video pubblicato su YouTube e i suoi canali social.

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Le principali bufale sul sale rosa dell'Himalaya

Tra le bufale che girano sul conto del sale rosa dell'Himalaya c'è la sua presunta purezza: viene considerato puro perché è antico. Ma, come spiega il chimico, ogni sale alimentare deve contenere almeno il 97% di cloruro di sodio, e quindi deve essere quasi puro. Il sale marino viene considerato erroneamente come più inquinato perché ottenuto dall'acqua del mare (che oggi è molto più inquinata rispetto a quella di milioni di anni fa da cui deriva il sale rosa, ci raccontano), ma subisce comunque un processo di raffinazione e di purificazione prima di essere messo in commercio.

Per quanto riguarda la quantità di ferro contenuta nel sale rosa dell'Himalaya (il cui colore deriva appunto dalla presenza di ossido di ferro) secondo quanto riportato da numerosi articoli scientifici il risultato varia in base al campione prelevato nella miniera. Per questo motivo, anche confrontando i dati con le dosi di ferro suggerite giornaliere, che variano in base al sesso e all'età, anche se si utilizzasse esclusivamente sale rosa dell'Himalaya nell'alimentazione al posto del sale marino la quantità di ferro assunta è irrisoria.

Infine nel sale rosa dell'Himalaya non sono presenti nè i famosi 84 oligoelementi (ne sono stati trovati da 10 a 20 in base al campione analizzato, tra cui alcune sostanze che non solo non servono al nostro organismo ma che addirittura, in grandi quantità, sono tossiche come cadmio e nichel) nè il prezioso iodio, di cui gli esperti raccomandano l'assunzione anche attraverso l'uso di sale iodato per evitare pericolose carenze che provocano problemi di salute anche gravi.

Il mito del sale rosa dell'Himalaya e come salvarsi dalle bufale

Tutto nasce, racconta Bressanini, negli anni Novanta, quando un (sedicente) biofisico Peter Ferreira inizia a tenere una serie di conferenze in Germania in cui parlava delle virtù di questo sale, e quando una bufala viene ripetuta per anni e anni diventa sempre più difficile smentirla. Ma, ricorda il divulgatore, in ambito scientifico «l'onere della prova sta a chi fa delle affermazioni, non tocca agli altri smentirle». Per questo motivo c'è una soluzione molto facile e pratica che si può applicare sempre per imparare a riconoscere le bufale: bisogna chiedere a chi sostiene le sue teorie le prove ovvero gli studi scientifici (seri)che le avallano, e «considerare di valore zero, nullo, qualsiasi cosa queste persone affermino se non sono dimostrate».

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