Perché mangiare meno carne fa bene: la triste storia di una bistecca

Non è necessario diventare vegetariani o vegani, ma mangiare meno carne sì, soprattutto se proviene da allevamenti intensivi: Giulia Innocenzi, autrice di questo articolo, è andata a vederli e racconta tutto nel libro Tritacarne

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Ci hanno sempre raccontato che il made in Italy è sinonimo di eccellenza, ma nel mio anno e mezzo di lavoro di indagine sulla carne italiana ho scoperto che purtroppo non è così. Basti un dato: oltre l'80 per cento dei prodotti di origine animale in Italia viene dagli allevamenti intensivi, ovvero animali chiusi in capannoni, ammassati uno sopra l'altro, in condizioni igieniche ultra precarie, che si ammalano spesso e, perciò, vengono imbottiti di antibiotici. Che poi finiscono nella carne che mangiamo. Pensate che stia esagerando? Ecco allora un altro dato: il 70 per cento degli antibiotici in circolazione nel nostro Paese finisce negli allevamenti. L'Italia è terza, dopo Cipro e Spagna, per antibiotici somministrati agli animali da reddito. Un vero e proprio allarme sanitario, di cui si parla ancora troppo poco. Prima di addentrarci sulle conseguenze per la nostra salute, bisogna rispondere a una domanda: perché gli animali vengono tenuti in condizioni da film dell'orrore? Il motivo è che oggi sono dei «convertitori di mangime», come li ha definiti un allevatore mentre mi mostrava i suoi 20.000 polli chiusi nel capannone. «Adesso con 1,6 chili di mangime ottengo un chilo di carne. Un tempo questa proporzione era molto più alta, ma grazie alla genetica sono riusciti a diminuirla».

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Già, perché sta tutto lì: il mangime e il tempo necessario per trasformare quel pollo in una fettina o quel maiale in una coscia di prosciutto. E per ottenere i risultati migliori occorre avere gli animali che meglio rispondono a queste esigenze, ed è qui che arriva in soccorso la genetica. Ormai sappiamo tutti che un pollo impiega solo 38 giorni per raggiungere il peso di macellazione. Quello che ho scoperto con la mia indagine, e che mai mi sarei immaginata prima, è che le scrofe oggi hanno sempre più capezzoli. Vuol dire che devono essere sempre più prolifiche «per la sostenibilità economica dell'allevamento», spiega una nota dell'Associazione nazionale dei suini. Perciò ogni anno la selezione genetica «aumenta il numero delle mammelle funzionanti». Tradotto: le scrofe con 14 capezzoli non sono più considerate competitive, oggi la maggioranza ne ha 15, una minoranza in crescita 16, ma i laboratori stanno lavorando per arrivare a 17. E poi? 18? 19? 25 capezzoli? L'aumento, ovviamente, si accompagna a un incremento dei cuccioli per nidiata. Negli ultimi cinque anni la crescita è esponenziale: 0,65 suinetti per parto. Ma la scrofa è sempre quella, costretta oltretutto a passare la sua vita in gabbia, condannata a essere sempre più spompata dai parti e dall'allattamento.

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Proprio come le mucche. Per loro hanno addirittura coniato un termine: «vacche a terra». Sono quegli animali che a soli quattro o cinque anni cadono letteralmente al suolo, perché devastati dai ritmi dell'allevamento intensivo (in natura vivrebbero 20 anni). Sono talmente privi di forze che non riescono neanche a salire sul camion che li porta al macello. Per loro si deve provvedere quindi alla macellazione d'urgenza in allevamento. Ma costa, e purtroppo esistono ancora macelli che in barba alla legge si specializzano proprio nella macellazione di questi animali. Come Italcarni, a Ghedi in provincia di Brescia, il cui proprietario si era inventato un metodo degno di Guantanamo: alle mucche veniva attaccata una catena alla zampa, il muletto in retromarcia trascinava le mucche fuori dal camion, poi le spingeva verso la linea di macellazione. Non solo queste pratiche erano delle vere e proprie torture, ma l'Istituto zooprofilattico di Torino, interpellato dalla procura di Brescia, ha trovato nella carne del macello cariche batteriche 50 volte superiori a quelle consentite dalla legge. Perché animali maltrattati, costretti a strisciare e giacere su un pavimento impregnato di sangue e feci di altri animali, costituiscono indubbiamente un pericolo per il consumatore.

Dunque della carne bisogna avere paura? Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità sì, almeno per quanto riguarda la carne lavorata, come prosciutti e insaccati, e quella rossa, definite rispettivamente «cancerogena» e «probabilmente cancerogena». Non solo: secondo l'Associazione italiana per la ricerca sul cancro, «gli epidemiologi concordano sul fatto che gli individui che seguono diete ricche di proteine animali, soprattutto carni rosse e lavorate, hanno un maggior rischio di sviluppare patologie come diabete, infarto, problemi cardiovascolari e obesità». I produttori, davanti a questi dati, si sono sempre trincerati dietro al mantra della «dieta mediterranea»: gli italiani mangiano modiche quantità di carne, quindi non c'è da preoccuparsi. È vero? Sì, ma parliamo di quasi 70 anni fa, epoca in cui il ricercatore americano Ancel Keys si imbatté nella popolazione del Cilento, che lo colpì per l'ottimo stato di salute. E fu proprio lui, analizzando le abitudini alimentari del posto, a coniare il termine «dieta mediterranea». Sapete quanta carne mangiavano? Un terzo di quanta ne mangiamo noi oggi che consumiamo 92 chili a testa, di cui due terzi di maiale e di bovino, quindi rossa. Attualmente, secondo il professor Antonino De Lorenzo, uno dei massimi esperti in materia, la dieta mediterranea è praticata da appena il 10 per cento degli italiani.

Che fare, quindi? Diventare tutti vegetariani? Innanzitutto basterebbe ridurre il consumo di carne, e sarebbe già un gran passo in avanti. Anche se è ormai una tesi condivisa da medici e scienziati di tutto il mondo che «una dieta vegetariana aiuta a prevenire il cancro». A scriverlo è la Fondazione Veronesi, che della materia se ne intende. Vegetariani e vegani sono anche più magri: pesano dai due ai 13 chili in meno dei loro connazionali onnivori. E poi, in qualità di consumatori, dovremmo esigere e chiedere con forza l'etichettatura trasparente dei metodi di allevamento. Davanti al banco frigo del supermercato, infatti, non sappiamo se la fettina che abbiamo davanti venga da un pollo allevato in un capannone e nutrito con mangime Ogm, cioè contenente organismi geneticamente modificati, oppure da un pollo che ha potuto razzolare e vivere all'aperto. Basterebbe anche solo questa informazione per consentire a noi di scegliere con consapevolezza e ai produttori di essere incentivati a implementare metodi di allevamento più sostenibili. Il cambiamento passa dall'economia. E un aiutino dalla politica, per esempio dal ministro dell'Agricoltura in qualità di promotore della legge sull'etichettatura trasparente, sarebbe l'inizio di una piccola, grande rivoluzione.


In libreria

L'autrice dell'articolo, Giulia Innocenzi (nella foto sotto), giornalista e conduttrice tv, ha svolto un'inchiesta approfondita sull'industria della carne e dei formaggi «made in Italy». Risultato: un libro-denuncia (Tritacarne, Rizzoli, 18 euro) che ci apre gli occhi, invitandoci a cambiare le nostre scelte e abitudini alimentari.

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