I 3 consigli della mindfulness per fare shopping consapevole (e coltivare la felicità)

Anche gli acquisti possono diventare una forma di meditazione attiva: porta con te le tre domande di consapevolezza quando esci a fare acquisti

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Care amiche,

non è uno scherzo: gli acquisti possono diventare una forma di meditazione attiva! Thich Nhat Hanh, promotore del buddismo impegnato e dell'attivismo pacifico, ha fornito centinaia di indicazioni su come trasformare ogni attività – anche la più banale – in un esercizio della coscienza che può cambiare noi stessi e il mondo. La Mindfulness, infatti, non si pratica solo nelle sale di meditazione, è un obiettivo di vita che cambia il modo di approcciarsi al mondo dal momento in cui ti alzi alla mattina fino a quello in cui prendi sonno. Solo così, entrando nella normali pieghe della quotidianità, con quello spirito di grandezza che lo zen vede nelle piccole cose, può trasformare radicalmente il segno emotivo della nostra personale realtà. Colmandola di serenità e stabile appagamento.

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LE TRE DOMANDE CHIAVE

A Plum Village – il più grande centro di Mindfulness in Europa – il giorno delle compere è un'avventura cui partecipano anche i bambini che, durante lo shopping, imparano a relazionarsi al bisogno di consumo con allegra consapevolezza. Gli insegnamenti quindi sono semplicissimi e si basano su tre domande fondamentali:

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Mi serve davvero?

I bisogni indotti dalla società dei consumi riverberano dalla coscienza collettiva alla nostra, facendo scattare desideri forti anche davanti ad oggetti di cui, in realtà, non abbiamo alcuna necessità reale. Una domanda così semplice aiuta a fare spazio tra il condizionamento all'acquisto e il nostro vero bisogno. Se l'oggetto non ci serve davvero, possiamo decidere di comprarlo lo stesso. Ma saremo consapevoli del motivo per cui l'abbiamo fatto. E questo, nel tempo, cambierà molte cose.

Da dove viene?

La trasparenza sulla zona di produzione è il frutto di una lotta per i diritti dei consumatori durata decenni. Una lotta non ancora vinta – pensate ai garbugli legislativi, ai trucchi e alle truffe che stanno dietro l'etichetta made in Italy – ma che ogni giorno possiamo combattere in modo pacifico preferendo il km zero (nel settore alimentare) e le produzioni di piccole o medie aziende nazionali (per quanto riguarda l'abbigliamento, i prodotti/servizi per la casa e gli accessori). Meglio spendere meno affossando il mercato nazionale o spendere un po' di più per aiutarlo a tornare florido a vantaggio di tutti? La domanda sulla provenienza è fondamentale per combattere quella miopia dell'acquisto che ci fa scambiare il danno per vantaggio. E, in fondo, avere 20 stracci nel guardaroba non vale quanto avere due capi di qualità che fanno bene alla nostra immagine, alla nostra coscienza e alle sorti dell'economia che ci sostiene.

Come è stato prodotto?

In modo rispettoso dei diritti umani, dei contratti di lavoro, delle risorse del pianeta – terra, aria, acqua, energia - di cui tutti abbiamo bisogno per sopravvivere? Oppure sfruttando persone, territori e risorse? I capi prodotti in Paesi costantemente denunciati dalle associazioni per la tutela dei diritti umani (prima fra tutti la Cina) con che sofferenza saranno stati realizzati? Quanto dolore ci mettono addosso? Quanta C02 è stata rilasciata nell'aria che respiriamo per produrre ciò che mettiamo nel carrello della spesa?

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Per capirci faccio un esempio: vado al ristorante e ordino un secondo piatto. Se decido per un filetto di manzo (100 g) è importante che sappia che, per produrlo, sono stati immessi nell'aria 2,5 kg di C02, che arrivano a 2,7 kg considerando le emissioni post produzione (trasporto, distribuzione, preparazione ed eliminazione degli scarti). Se, invece, scelgo un piatto di riso con le lenticchie, con (più o meno) lo stesso apporto proteico rilascio nell'aria solo 279 g di emissioni totali. Per ottenere 1000 calorie da carne bovina devo consumare 7,8 mq di terra, neanche un metro per le stesse calorie date da verdura, cereali o legumi. Senza criminalizzare nessun tipo di dieta, la consapevolezza dei costi ecologici, umani e sanitari delle proprie scelte aiuta a decidere per il meglio. Con soddisfazione invece che con sforzo. Con senso di realizzazione invece che di rinuncia.

Nell'Ottuplice Sentiero, la più sofisticata tecnologia mentale per l'ottenimento della felicità individuale e collettiva, la retta sussistenza è uno dei capisaldi del cammino verso la realizzazione di una serenità stabile. E sottolinea proprio l'importanza della consapevolezza nelle "banali" attività quotidiane, quelle che riguardano il mangiare, il comprare, il lavorare. La Mindfulness, del resto, non fa sconti e non può essere applicata solo in parte: se non percorri tutti i sentieri segnati sulla mappa, come potrai arrivare alla meta?

Nella sala di meditazione coltiviamo la consapevolezza del corpo, delle percezioni, delle emozioni e pensieri. Ma quando raggiungiamo un livello di lucida auto-conoscenza ci rendiamo conto che tutto è interconnesso: il corpo alla mente, l'interno all'esterno, l'io al noi, il piccolo al grande, il gesto individuale alla sorte collettiva. La principale causa d'infelicità – ma anche di guerre, di distruzione del pianeta e delle sue risorse - è proprio la non comprensione e il non rispetto di questa rete di interconnessioni per cui nulla ha un'identità di per sé ma solo in quando aggregato di elementi inter-influenti. Porta con te le tre domande di consapevolezza quando esci a fare shopping. E ogni tanto alza il naso oltre le vetrine: vedrai te stessa nel cielo, nelle nuvole, nella luce radiosa di questa primavera che coinvolge anche la nostra personale rinascita. Con consapevolezza.

Buona settimana!

Con Amore,

Grazia

Grazia Pallagrosi, giornalista e insegnante di Mindfulness, vive tra l'Italia e la Thailandia, dove conduce ritiri di meditazione e riequilibrio psicofisico.

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