Perché la ricetta contro la competizione è riscoprirsi umani

Nel suo libro Il bello di riscoprirsi umani la psicoterapeuta Olga Chiaia invita a riscoprire il valore di sé e degli altri e a smettere di essere troppo giudicanti

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«Ho scritto questo libro, Il bello di riscoprirsi umani, perché le persone che incontro ogni giorno sentono di aver perso il loro valore, oppure non lo riconoscono. Hanno il terrore di sentirsi nessuno, avvertono il vuoto dentro e per sentirsi qualcuno fanno cose assurde. A loro basterebbe riscoprisi umani». Olga Chiaia, psicoterapeuta a Piacenza, ha scritto uno di quei libri utili alla manutenzione ordinaria della vita. Il bello di riscoprirsi umani. Istruzioni salvavita contro invidia, vergogna e competitività (Feltrinelli, 160 pag, 13€) è un invito a ritrovare le tracce di sé, perché capita di smarrirle e di smarrirsi. Però ritrovarsi è possibile, dando valore a sé stessi e agli altri, con uno sguardo meno giudicante ed occhi più amorevoli, più attenti, più curiosi.

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Perché tanta fatica a scoprirsi umani?

L'umanità è così depistata che ha perso le tracce di sé. Le persone hanno così interiorizzato il giudizio, quello frettoloso e superficiale, che poi hanno paura a mostrarsi per quello che sono e in più non sanno più riconoscere chi hanno di fronte. Se uno incontrasse Woody Allen ad una festa, senza conoscerlo, lo bollerebbe subito come un cretino qualsiasi, per la tendenza al confronto immediato, veloce, fugace, che non ha niente a che fare con la conoscenza. Chiediamoci quanto tempo ci vuole per conoscere davvero una persona prima di esprimere un giudizio, prima di erigere barriere. Chiediamoci quanto ci perdiamo tutte le volte che non siamo curiosi delle persone che incontriamo, perché tutte hanno qualcosa di interessante.

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La normalità fa paura?

Si confonde la normalità, cioè il valore dell'individuo in quanto tale, con la mediocrità. Così le persone non sanno più distinguere le loro parti migliori e perdono di vista la loro autenticità, il valore di essere sé stessi, consapevoli dei propri naturali bisogni e legittimi desideri. L'autenticità libera grandi energie, mentre cercare a tutti i costi di essere diversi, di sembrare qualcun altro, fa fare una grande fatica. Il dover essere porta alla depressione, schiaccia la creatività. Non sei più tu, sei una copia.

La speranza, come lei scrive, è che gli esseri umani possono evolvere...

Certo, noi esseri umani abbiamo la facoltà di chiederci che persone vogliamo essere, che cosa ci sta a cuore, che cosa conta per noi. In questo libro cerco di smuovere le emozioni citando poesie, canzoni, brani di letteratura. Le emozioni sono un potente strumento di cambiamento perché ci mettono in connessione profonda con noi stessi, con quella parte che facciamo così fatica a contattare perché è la zona più tenera e più vulnerabile, da cui rifuggiamo perché ci fa paura. Sapere che tutti provano le stesse paure, perché siamo tutti umani, può essere una grande consolazione.

Quando riscopriamo noi stessi cosa può accadere?

Recuperiamo una caratteristica tipicamente umana che è l'empatia, la capacità di sentire quello che provano gli altri, di immedesimarsi negli altri, per imparare a riconoscere, gestire, controllare le emozioni. È un atteggiamento che allontana l'invidia, la vergogna, la competizione, ma anche la paura, ci avvicina agli altri, ci rende più benevoli. Attenzione, non voglio fare del buonismo a tutti i costi: ci sono persone cattive che commettono atti terribili, ma quando si va a indagare si scopre quasi sempre che alla radice ci sono ferite tremende, mai rimarginate, mai curate.

Eppure si sa che ci sono metodi per rendere le persone più felici: ce lo dicono le ricerche microfisiologiche. Faccio un esempio: i primi 3 anni di vita di un bambino sono cruciali per lo sviluppo del cervello e per l'affettività e andrebbero vissuti in stretto rapporto con la madre e il padre. Però, se un mese dopo il parto, lo affidiamo ad altre persone, cresciamo un bambino spaventato. Ci sono priorità che andrebbero decisamente recuperate.

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