Vittorino Andreoli, intervista sull'ultimo libro: pensare per amarsi e amare di più

Nel libro La gioia di pensare trovi 365 riflessioni di Vittorino Andreoli, una per ogni giorno dell'anno, per acquisire autostima e condividere emozioni

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Vittorino Andreoli ci invita a pensare di più. Nel suo ultimo libro La gioia di pensare. Elogio di un'arte dimenticata (Rizzoli, € 20) il noto psichiatra ha raccolto i pensieri di un anno intero, 365 pagine in cui ha annotato quelli che sono stati i suoi stati d'animo, i suoi sentimenti come i suoi moti di indignazione. Pensieri articolati e complessi alcuni, altri brevi che lasciano uno spazio bianco nella pagina. Spazio per altri pensieri che generano pensieri. Lo abbiamo intervistato per capire meglio qual è la forza benefica del pensiero.

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Professor Andreoli, perché un libro di pensieri?

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«Questo libro è un invito ad ascoltare i propri pensieri. Pensare è una caratteristica della specie umana, permette di scoprirsi, di avere la percezione di questa capacità, di generare idee, raccontarle, scambiarle. Il pensiero è una facoltà della mente che appartiene a tutti noi, non certo solo ai pensatori, o agli intellettuali. Per quanto mi riguarda, quando penso mi accorgo e mi meraviglio di quello che ne può uscire di buono. Se non si pensa si perde questa sensazione, in definitiva si perde autostima. Il guaio di questa nostra società è che si pensa sempre meno».

Cosa ci distoglie dal pensare?

«Stiamo mettendo a riposo la facoltà di pensare perché siamo sempre intenti a cliccare, a guardare passivamente la televisione, e, mi permetto di dire, a leggere i giornali. Siamo travolti e sommersi da informazioni e notizie che ci impediscono di pensare. Gli adolescenti passano 6/7 ore al giorno davanti al telefonino per vedere se sui social network c'è qualcosa che li riguarda. Sempre a controllare, mai a produrre pensiero. Vorrei ricordare a questi giovani che in testa abbiamo uno straordinario network di 86 miliardi di neuroni, una rete fantastica, ineguagliabile, che genera idee e fantasia».

Meno pensieri significa anche meno emozioni?

«Certo. Se il pensiero e le emozioni non sono in connessione, rimane solo l'istinto. Il rischio è di regredire all'uomo pulsionale, quello che sente solo le pulsioni, che agisce senza pensare alle conseguenze delle sue azioni. Quello che sente l'impulso erotico, ma non conosce la bellezza della condivisione emotiva. Se non si pensa si perde la ricchezza dell'affettività, dell'amore. Si vive a una sola dimensione, ma l'essere umano ne ha tante di dimensioni».

Lei scrive che pensare serve anche a desiderare e a scegliere ...

«Infatti non si desidera più. Facciamo sempre meno l'amore ma diventiamo sempre più consumatori di sesso virtuale. Sarei tentato di scrivere un libro sulla «gioia di toccare» per ricordare ai giovani che accarezzare un seno è cosa ben diversa dal guardarlo su un monitor. Del resto anche il dubbio, che è un motore del pensiero, è scomparso. Nelle interazioni virtuali possiamo solo dire si o no, non riusciamo più a dialogare, a fare crescere il pensiero in un confronto che si alimenta con il tempo. Oggi avviene tutto in tempo reale».

In che modo pensare può procurarci gioia?

«Sappiano benissimo ci sono pensieri che danno dolore, ma ci sono altrettanti pensieri che ci possono procurare gioia, che, attenzione, è cosa diversa dalla felicità che è la risposta ad uno stimolo - passato lo stimolo passa la felicità. La gioia riguarda non l'io, ma il noi. Sperimentiamo la gioia quando incontriamo un'altra persona, quando ci sentiamo in connessione con l'altro, quando, attraverso il pensiero, percepiamo la sua fragilità che è anche la nostra perché l'uomo è per sua natura fragile, ma dall'incontro tra due fragilità può nascere la forza, la forza della collaborazione. Ciascuno di noi ha bisogno dell'altro».

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