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Tutti proviamo qualche forma di vergogna. Quel senso di inadeguatezza e tremendo imbarazzo che fa desiderare di fuggire via, di sprofondare e sparire. Si può provare vergogna perché non si è superata una prova importante, perché si è grassi, per aver perso il lavoro o per la propria famiglia di origine. Ci si vergogna a mostrarsi nudi o ad ammettere le proprie debolezze. Ci vergogniamo quando siamo ciò che non vorremmo mai essere. Quando, per una condizione o per un avvenimento specifico, sentiamo che la nostra immagine è stata compromessa, la vergogna ci assale con un un severo giudizio negativo che coinvolge e colpisce tutta la nostra persona, non solo quella singola azione. E' dunque un'emozione negativa che provoca molta sofferenza e ha conseguenze pesanti sulla psiche: chi si vergogna tende a isolarsi, a ripiegarsi su se stesso, evita le relazioni. Poi si innescano altre emozioni negative: risentimento, rancore, sospetto, ansia, rabbia verso se stessi e gli altri. L'autostima viene minata in un circolo vizioso: abbiamo fatto una gaffe, quindi ci sentiamo inadeguati e goffi perché pensiamo che tutti ci vedano inadeguati e goffi. 

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Sono spirali negative da interrompere sul nascere perché nel tempo possono portare a forme di isolamento e depressione. 

La vergogna si può, anzi, si deve vincere, partendo da una prima considerazione. Come tutte le  emozioni, anche quelle negative sono essenziali al nostro sviluppo emotivo. Fanno male, certo, ma ci fanno riflette su chi siamo, come possiamo migliorare, sulla possibilità di accettarsi. Che persone saremmo se non provassimo vergogna? 

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Accettarla e riconoscerla per stanarla 

Come tutte le ferite emotive, la vergogna va riconosciuta in quanto tale, non va repressa. Il malessere che ne deriva va analizzato, capito, riconosciuto, accettato. Primo presupposto per superarla. Qui è in gioco la nostra identità, l'immagine personale, la reputazione, l'autostima. Non possiamo permettere che un singolo episodio, un fallimento, una svista, seppur grave, oppure eventi legati al nostro passato, si ripercuotano sul nostro essere, sul presente e sul futuro.

Mettere un argine tra l'immagine di sé e una situazione specifica

Aver mancato un certo obiettivo o non aver avuto il comportamento adeguato in una certa situazione vanno riconosciuti come singoli episodi di defaillance, vanno pensati e vissuti come fatti isolati. Il giudizio su queste situazioni non deve pesare interamente sulla nostra persona. Non sono stata capace di parlare in pubblico: in un caso come questo, devo sforzarmi di considerarlo un incidente, che non ha nulla a che vedere con la mia professionalità, la mia intelligenza, le mie possibilità di carriera, la possibilità di riprovarci. Esistono altri elementi buoni in me, il giorno dopo posso tornare in ufficio tranquilla, mentre se continuo pensare al giudizio negativo degli altri (in molti casi tutto da dimostrare) non riuscirò a migliorarmi e a imparare a parlare in pubblico.

Parlarne e condividerla aiuta a depotenziarla 

Tutte le emozioni andrebbero condivise, compresa la vergogna. Parlarne con qualcuno di cui si ha fiducia, con cui ci possiamo confidare, non sarà facile, ma servirà enormemente ad alleggerire il senso di disagio che ci provoca. Riuscire a parlarne servirà a sbrogliare la matassa di negatività che abbiamo dentro.

Rivedere la gerarchia dei propri valori

La vergogna ha molto a che fare con la gerarchia dei nostri valori e dei nostri interessi. Se siamo particolarmente sensibili allo stile e all'eleganza, finiremo per vergognarci di un seno troppo vistoso, della taglia in più o di non aver indossato l'abito giusto in una occasione. Per chi dà più valore all'intelligenza, allora a pesare come un macigno sarà un esame andato male o il giudizio non benevolo da parte di una persona che stimiamo. In entrambi i casi occorre imparare e relativizzare, a cambiare il nostro sguardo sulle cose, rivederne il significato: a nessuno piacciono le cadute di stile, ma siamo sicuri che sia un valore assoluto?

Non cadere nelle trappole del passato

C'è chi si vergogna della propria famiglia di origine, perché non abbastanza colta o raffinata, o per le colpe dei padri (o delle madri). In casi come questi, peraltro molto frequenti, è bene capire che il passato è qualcosa che ci appartiene ma non può essere una trappola. Il passato è alle nostre spalle, pur con tutto quello che ha significato e che ha dato (o non dato). Sta a noi capire ed elaborare tutti i messaggi negativi che ci sono stati trasmessi dalla famiglia, elaborarli e metterli su qualche scaffale un po' lontano dalla nostra vista. Serve molta comprensione, serve saper perdonare e compiacersi dei passi avanti di cui siamo stati capaci rispetto alla nostra famiglia. 

Non prendersi troppo sul serio

Provate con l'auto-ironia, medicina efficace in tante situazioni. Fatta una gaffe, ci si può ridere sopra, o no? E gli altri, immancabilmente, racconteranno le loro gaffes e si farà a gara a chi l'ha fatta o detta più grossa. Si può fare ironia su quelli che noi consideriamo i nostri difetti fisici oppure su una nostra figuraccia colossale. Una risata li seppellirà. 

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