Quelli che giocano (e si travestono) da supereroi: il cosplay è solo un gioco o c'è dell'altro?

Gli amanti del cosplay si travestono da personaggi fantastici, si confezionano i costumi e partecipano a eventi e sfilate: solo un gioco, o c'è dell'altro? Abbiamo chiesto a uno psicoterapeuta

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In gergo si chiama cosplay, neologismo che unisce le parole costume e play (gioco). In pratica, si tratta di mettersi nei panni di un protagonista dei fumetti, di un personaggio della letteratura fantasy o di un supereroe, creandosi il costume, gli accessori, curando nei dettagli ogni minimo particolare perché il travestimento risulti il più possibile credibile. Lo fanno migliaia di adulti, soprattutto in occasione di manifestazioni come Lucca Comics & Games, Roma Comics e almeno 180 manifestazioni e fiere del fumetto in Italia. Che si tratti di Batman o l'Uomo Ragno, del Cappellaio matto, del signor Spok, Biancaneve o Dracula, che cosa spinge persone adulte a passare una giornata da personaggio fantastico? Lo abbiamo chiesto allo psicologo, psicoterapeuta e blogger Sergio Stagnitta, dell'Ordine degli Psicologi di Roma.

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Il cosplay è un gioco come un altro

Cosplayer a Lucca Comics & Games

Il cosplay rientra nella categoria del gioco, quindi in una dimensione ludica sana, in cui chi gioca lo fa in modo rigoroso, con dedizione e attenzione ai particolari. Normalmente i cosplayer si costruiscono da sé il costume, con una ricerca non banale delle forme e dei materiali. È un gioco che si fa con impegno, che evidentemente diverte così come altre persone si divertono a giocare a calcio, a scala quaranta, o a praticare uno sport estremo. Il cosplay rientra nella tipologia dei giochi di imitazione, cioè giocare ad essere qualcun altro, a calarsi completamente anche negli aspetti caratteriali del personaggio.

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Il cosplay come forma di svelamento di sé

Cosplayer a Lucca Comics & Games

Le persone che fanno fatica a tirar fuori parti di sé, grazie al travestimento possono riuscire ad amplificare queste parti. Come diceva Oscar Wilde: "Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero". Ecco che la maschera non nasconde ma semmai diventa uno strumento di svelamento di sé. Il travestimento consente quindi di riconoscere ed esplorare parti di sé normalmente inibite. Una persona timida ha l'occasione di mettersi in una condizione di grande visibilità e confrontarsi (e magari superare), anche solo per un giorno, la sua inibizione.

Il cosplay come desiderio di conoscenza

Cosplayer a Lucca Comics & Games

Ritengo che la scelta del personaggio da parte dei cosplayer non sia casuale. I personaggi delle favole, dei fumetti, in generale i supereroi, non sono mai ambivalenti, ma hanno un carattere molto netto, identità chiare e definite. Sono buoni o cattivi, orchi o fate. Una persona che sceglie un personaggio molto aggressivo è probabile che lo faccia perché riconosce dentro di sé questa dimensione e la vuole sperimentare nel gioco. Inoltre, in un periodo di identità fragili come quello che stiamo vivendo, il cosplay può essere un gioco che permette la ricerca di una definizione chiara di sé.

Il cosplay come forma di empatia

Sfilata Cosplay a Lucca Comics & Games

Vedo nel gioco del cosplay, nel mettersi non solo metaforicamente ma concretamente nei panni dell'altro, un'occasione che aiuta a capire come si sente l'altro, a sperimentare forme di empatia. Il massimo sviluppo di questa dimensione è il teatro, del resto nel fenomeno dei cosplay c'è teatralità, per quanto bizzarra possa sembrare.

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