In difesa delle lacrime al lavoro: perché, a volte, piangere in ufficio è la cosa migliore che tu possa fare

Purché non diventi un'abitudine, purché non si tratti di un perpetuo piagnisteo ma di sporadici e sensati episodi, le lacrime sul posto di lavoro non sono per forza qualcosa di cui vergognarsi, e anche alcuni studi recenti lo confermano

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Quando succede ci nascondiamo. Per lo più in bagno, luogo-simbolo dello sfogo di quei pianti di cui ci vergogniamo, ma un po' ovunque, a seconda di come sia fatto il nostro posto di lavoro. Un'amica ingegnere mi ha raccontato di essere scoppiata a piangere nel bel mezzo di un cantiere, per poi ritrovarsi a nascondere il fiume di lacrime con il caschetto anti infortunio. Perché, specie se si hanno colleghi magari non proprio impossibili ma quantomeno stronzetti, il pianto è l'ultimo dei tabù, tacciato come, appunto, imbarazzante, ridicolo, patetico. Ma è davvero così inopportuno lasciarsi andare ad un briciolo di emotività oppure questo imperativo assoluto che ci vuole donne di ghiaccio è qualcosa da cui prendere, un poco, le distanze? E soprattutto: non abbiamo imparato niente da Ellen Pompeo nei panni di Meredith Grey, che è sì tra le più sventurate eroine televisive mai partorite da menti sadiche di sceneggiatori, ma è anche una che tra fiumi di lacrime e crisi di nervi ha costruito una carriera pazzesca?

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Una delle poche a fare coming out sullo spinoso argomento è stata, di recente, la giornalista americana Rachel Selvin, che ha confessato di «aver pianto durante qualunque lavoro abbia fatto» e per questa ragione si è chiesta: «Ma è per caso una verità assoluta che una non possa piangere sul posto di lavoro?». No, non lo è di certo, ma è forse qualcosa di peggio: è una di quelle regole non dette, che una volta trasgredite faranno di te una professionista in qualche modo meno autorevole. Proprio come mi raccontava una giovane visual merchandiser di un'importante casa di moda, che, scoppiata a piangere durante una riunione fiume ad alto tasso di stress, si sia immediatamente «sentita svilita e mal giudicata da tutti. Non importava più che alcune persone mi avessero urlato contro con grande aggressività: quello era normale, mentre la mia reazione era da mezza matta». Un'asticella forse un po' troppo alta, quella dei nervi stoicamente saldi e le cornee sempre asciutte,in tempi in cui il bornout colpisce 40 milioni di persone solo in Europa, ma lo stigma della piagnona, e qui anche Selvin ci ricorda la celebre scena de Il Diavolo veste Prada in cui Stanley Tucci dice a una sconfortata Anne Hathaway «Oh Andy, siamo seri, tu non stai dando il massimo. Tu ti stai lamentando. Che cosa vuoi che ti dica, eh? Poverina?». Ed ecco ribadita in un lampo l'equazione per cui se vuoi realizzare le tue ambizioni, beh ragazza è meglio che tu tenga a freno quel mescolino.

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Selvin, invece, ribalta la questione, dicendo che ci sono fior fiore di studi «che dimostrano come reprimere troppe emozioni forti, come stress, frustrazione, ansia e rabbia abbia effetti molto più dannosi sulla nostra capacità di svolgere bene le mansioni lavorative di quanto non lo faccia uno sfogo, con le lacrime, una volta ogni tanto». Inoltre, conclude, la giornalista «scoppiare a piangere, a volte, è il modo più diretto per comunicare. Io ho notato che le volte che l'ho fatto, infrangendo il tabù, poi le cose sono state affrontate e risolte». Per non dire, aggiungiamo noi, della magnifica sensazione del riappropriarsi della propria umanità, che l'era dei robot, si spera, è ancora lontana.

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