Wanda Poltawska: La donna che conosce i segreti del papa
Giovedì, 28 aprile 2011 11:08
Per tutta la vita lei è stata la sua famiglia. Un’amicizia nata in Polonia dopo la guerra. Durata in silenzio negli anni del pontificato, quando lei era confidente, 007, ma soprattutto l’unica ad avere le chiavi di casa del Vaticano
di Federica Furino
La prova dell’esistenza di Wanda Poltawska e del suo posto d’onore nell’ordine del Creato - messo in dubbio con fideistica convinzione - risiede in due piccole chiavi e un paio di pantofole. Oggetti da nulla che, declinati nella sua storia, diventano insegne di un potere mai avuto da una donna - per di più laica - nell’ecosistema vaticano: l’accesso al cuore di un papa. Karol Wojtyla.
Chiavi e pantofole
Racconta chi ha dimestichezza con le faccende di San Pietro che accedere al palazzo papale è faccenda complicata. Si entra dal cancello di Sant’Anna, si passa il cortile del Belvedere, il cortile Borgia e quello San Damasio, e di lì si arriva al cortiletto Sisto V, ma solo con una guardia svizzera. Poi si prende un piccolo ascensore e si penetra nei piani alti del palazzo apostolico. Di norma il secondo, dove il pontefice dà udienza. Se però l’ospite è di particolarissimo riguardo, può salire, sempre sotto scorta, al terzo livello: gli appartamenti privati del papa. Privilegio vincolato all’uso di due chiavi, appunto: quella che apre le porte dell’ascensore e quella che ne permette l’avvio. A disporne, sono in pochi: il segretario personale del papa, il monsignore cerimoniere, forse il comandante della guardia svizzera, quello della vigilanza. Più, per tutto il pontificato di Giovanni Paolo II, lei, Wanda.
Un’amica speciale, era stato detto in Vaticano: polacca e madre di quattro figli. Che godeva di certi privilegi perché il papa aveva grande confidenza con lei e la sua famiglia, da sempre. Il che, tra i porporati, avvezzi più all’infallibilità papale che alla sua umanità, pare avesse provocato non poco sconcerto (e, pure, non poche invidie). Ma mai come le pantofole. Quelle che le videro ai piedi una mattina, in casa di Wojtyla, e che non le perdonarono mai. Perché Wanda non solo si era presentata alla messa nella cappella privata del papa senza degnare di uno sguardo nessuno dei presenti, ma l’aveva pure fatto vestita in modo dimesso e - oltraggio degli oltraggi - in ciabatte (a poco servirà spiegare che si trattava di esigenze di salute: ormai la colpa era indelebile).
Ma chi era Wanda?
Mormorii, malumori e invidie a parte, l’esistenza di Wanda Poltawska e la sua amicizia con Karol Wojtyla è rimasta a lungo una faccenda circoscritta alle cronache del palazzo apostolico e nota a pochi. Almeno fino al 2008, quando, tornata in Polonia, decise di pubblicare nel volume Diario di un’amicizia (San Paolo) parte delle lettere che per 50 anni si erano scambiati (perché «la vita dei santi appartiene alla gente»). Gettando il Vaticano nel caos. A quel punto, il mondo seppe di lei. Ma chi è in realtà Wanda? La sua biografia ufficiale si esaurisce in pochi eventi: nata a Lublino, in Polonia nel 1921 da una famiglia cattolicissima, prigioniera politica per quattro anni nel lager di Ravensbrüch, usata come cavia per esperimenti, non rivelò i nomi di altri “cospiratori” della resistenza polacca, e sopravvisse per miracolo (o «per volere di Dio»). Dopo la guerra studiò medicina e si specializzò in psichiatria per «capire che cos’è l’uomo». Una risposta che, spiega, non trovò nei libri, ma solo nell’incontro con il giovane cappellano della facoltà: Karol Wojtyla, appunto. Che divenne amico suo e della sua famiglia (fu la madre di Wanda la prima a dire che un giorno sarebbe diventato papa). «Ha dedicato tutta la vita a Wojtyla - spiega Giacomo Galeazzi, vaticanista de la Stampa, autore con Francesco Grignetti del libro-inchiesta Karol e Wanda (Sperling & Kupfer) - È rimasta vicino a lui per 55 anni, sempre nell’ombra». Era la sua famiglia (lui la chiamava Dusia, sorellina) e la sua più stretta collaboratrice. «Insieme, a Cracovia avevano posto le basi di quello che sarebbe stato il papato. Era la persona di fiducia per le questioni più delicate del pontificato: da psichiatra ha seguito i dossier a luci rosse del Vaticano, ha scritto con lui una lettera apostolica, ed era lo 007 privato del papa. Dopo l’attentato segue la convalescenza di Wojtyla, fa analizzare le sue medicine per assicurarsi che non siano avvelenate e porta avanti un’indagine privata sul mandante. Nessuno conosce Giovanni Paolo II e i suoi segreti quanto lei».
Perché lei?
Intanto perché era laica, dice Galeazzi: «Non apparteneva alla gerarchia ecclasiastica e quindi rispondeva soltanto a Wojtila. Non si è mai capito il momento preciso in cui si sono conosciuti. Lei dice dopo la guerra. Ma l’ipotesi di alcuni, mai confermata, è che si fossero incontrati ai tempi della resistenza polacca. Che tra i nomi che Wanda si era rifiutata di fare dopo l’arresto ci fosse anche quello di lui». Eppure, dopo la morte del papa, Wanda esce di scena. Anzi, con la pubblicazione delle lettere viene accusata di rallentare la causa di beatificazione. «Navarro, Don Stanislao il segretario di Giovanni Paolo II, e molti altri in Vaticano hanno cercato di ridimensionare il suo ruolo. Di farla passare per una mitomane, ma minimizzare Wanda è impossibile». Lei, laica e per di più donna. «È stato un sodalizio difficile da capire sul piano umano. Come quello di san Francesco e santa Chiara». Possibile, perché Wojtyla non era un prete come tutti gli altri. «Non aveva fatto il seminario perché c’era la guerra, quindi non era stato clericalizzato. Trattava tutti allo stesso modo: uomini e donne, laici e consacrati. Quando parlava di amore, parlava di amore fisico e spirituale nella stessa maniera. Ha avuto un’esperienza di vita che gli ha consentito di diventare papa rimanendo uomo». Sarà Wanda a fargli l’ultima iniezione di antibiotico sul letto di morte. «Con lei e altri polacchi si era costruito una famiglia autentica». Lui che diceva: essere soli è una disgrazia, rimanerci una colpa.
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