Silvio Orlando: il mio matrimonio tardivo
Giovedì, 19 febbraio 2009 18:19
Dice: « Maria Laura mi commuove,mi emozionano le sue sconfitte, le sue tristezze, le sue paturnie, i suoi momenti sì ma anche quelli no». Per questo lui, che non ci teneva particolarmente, ha sposato a 50 anni la donna che gli era accanto da 8. E questa che leggete è la sua dichiarazione d’amore. Quella che a tante piacerebbe ascoltare.
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di Erica Arosio
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La faccia pulita dell’Italia che non ha perso la voglia di indignarsi. Senza alzare la voce, però. Silvio Orlando ha nella sua galleria una lunga serie di personaggi che raccontano la fatica di vivere del nostro Paese e la ricerca di giustizia. Che si parli di scuola, di politica, di rapporti familiari, con misura e delicatezza è sempre riuscito a dire la sua. Fino a confondere la sua stessa vita con quella di un suo possibile personaggio. Il titolo potrebbe essere Un matrimonio tardivo. Una commedia di Cecov portata sullo schermo da Pupi Avati. Invece si tratta delle vere nozze dell’attore, a Venezia, nell’ottobre dello scorso anno. Officiante il sindaco Massimo Cacciari, sposa l’attrice Maria Laura Rondanini, 43 anni, napoletana come Silvio Orlando e sua compagna da otto anni.
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Una scelta meditata?
Per niente. Sulla scia dell’impulsività, come mi succede sempre. Avevo appena vinto il premio come miglior attore a Venezia per Il papà di Giovanna, ed ero felice come mai. Mi intervistano e mi chiedono a chi dedico il premio. E io rispondo: alla mia compagna che sposerò entro ottobre.
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Lei non ne sapeva niente?
No, nella concitazione del momento, mi ero dimenticato di dirglielo. Ci hanno pensato gli amici che, dopo l’intervista in Tv l’hanno tempestata di telefonate.
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Quindi non pensavate al matrimonio?
Ma sì, ci pensavo e sapevo che lei ci teneva. Ero però paralizzato all’idea di organizzare la festa e tutte quelle incombenze così complicate e poco piacevoli che si porta appresso una cosa bella come il matrimonio.
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L’impulsività a volte sblocca le resistenze.
Volevo far diventare uno dei momenti più belli della mia carriera uno dei momenti più belli anche della sua vita.
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Un matrimonio tardivo potrebbe essere il titolo di un suo film.
Ma è così tardivo a 50 anni? Vivo nell’inconsapevolezza totale e lo vedo non dico anticipato, ma giusto. Ti sposi quando ti senti, quando hai trovato la persona giusta, quella con cui l’amore si rinnova tutti i giorni e pensi si rinnoverà per sempre. Avevo voglia di dirlo al mondo. Per lei era importante, per mille motivi tutti giusti, ma io avrei potuto stare con lei tutta la vita anche senza nozze.
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Eppure il matrimonio qualcosa cambia, nella vita di una coppia, non crede?
Eppure il matrimonio qualcosa cambia, nella vita di una coppia, non crede?
Cambia per l’elemento più debole, perché dire al mondo che quella persona è un pezzo di te, conferisce uno status, una stabilità.
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Che cosa le fa pensare che questa storia durerà per tutta la vita?
Speriamo, speriamo. Maria Laura mi commuove, mi trasmette un’onda molto forte anche nelle cose minime, mi emozionano le sue sconfitte, le sue tristezze, le sue paturnie, i suoi momenti sì ma anche quelli no.
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Quanto conta la capacità di proteggere?
È reciproca. Lei è molto accudente, io sono più stabile economicamente.
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Avete lavorato spesso assieme, a teatro, ma non nello spettacolo che sta attualmente portando in tournée, Il dio della carneficina, che ha esordito al Teatro Franco Parenti di Milano.
È uno spettacolo strano. Potrebbe diventare un piccolo classico. La gente si riconosce e si diverte ma rimane turbata: esattamente ciò che il teatro dovrebbe fare.
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Rispetto al mondo di oggi, che cosa mette in scena?
Il narcisismo senza progetto in cui ognuno vuole imporre se stesso. Un mondo dove nessuno ascolta gli altri, anche solo per il gusto di non dargliela vinta.
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Una società che ha dimenticato la solidarietà?
Solidarietà è una parola grossa. Basterebbe la possibilità di vivere con quel minimo di convenzioni sociali senza massacrarsi, invece basta un nulla e si scatena l’insofferenza per gli altri, vissuti come un ostacolo alla realizzazione di noi stessi.
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Una società impaziente?
Anche. Nessuno si sente riconosciuto dei propri meriti. Tutti pensiamo di non aver ricevuto abbastanza e guardiamo agli altri con invidia sorda. Lo spettacolo di Yasmina Reza sintetizza tutto questo, prendendo come spunto l’incontro di due coppie. I loro figli, due ragazzini, si sono picchiati e uno ha due denti rotti, i genitori cercano un accordo, ma, in un crescendo di aggressioni, si capisce che quei genitori non avrebbero potuto crescere figli diversi.
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È anche l’incapacità di trasmettere valori e di educare?
È anche l’incapacità di trasmettere valori e di educare?
I figli sono frutto di tante cose, ma anche dell’esempio che noi adulti diamo.
Lei non ha figli, ma sullo schermo spesso ha raccontato sia la paternità che il mondo della scuola.
Mi interessa. Ho anche scritto un film che doveva produrre Michele Placido, ma poi si è tutto arenato.
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Cosa raccontava?
Di un ragazzino, a Napoli, che rimane orfano e questo grande dolore si trasforma per lui in una chance di successo, perché all’interno della classe, acquista una gran considerazione: è il primo orfano dell’istituto. Anche la sua carriera scolastica migliora vertiginosamente.
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Autobiografico?
Parecchio. Ho perso mia madre a 9 anni. E quella è la mia storia. Nel film però a un certo punto arriva un altro orfano, togliendo la scena al protagonista che diventa aggressivo. È anche un pretesto per raccontare la Napoli e la scuola degli anni Sessanta.
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Con nostalgia?
La società e la scuola erano strutturate meglio e c’era un dialogo costante fra le diverse classi sociali. Oggi non è più così, i borghesi hanno cercato di vivere sempre più fra di loro, mentre proletari e sottoproletari sono confinati in quartieri ghetto. Non c’è più neppure la leva, che, pur con tutti i suoi limiti, mescolava le persone.
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Da quello che racconta, si direbbe che secondo lei spesso da esperienze o condizioni negative possa scaturire qualcosa di positivo.
Ne sono convinto. L’aver perso mia madre è stata la chiave di volta della mia carriera, un aspetto che ritrovo anche in altri attori: i migliori hanno un “pezzo mancante” e rincorrendolo, cercando di migliorarsi e completarsi, danno il meglio di sé. Anche Fabrizio Bentivoglio, un attore che stimo, è un orfano, e non credo sia un caso. È anche il bisogno di farti amare che ti porta a questo mestiere. Cerchi qualcuno che ti voglia bene e ti aiuti a tirare fuori cose belle.
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Gli attori sono tutte anime belle e sensibili?
Alcuni hanno la cognizione del dolore che li aiuta a restituire al pubblico le emozioni.
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Se le dico che per molti lei incarna la faccia pulita dell’Italia che si indigna sottovoce, si riconosce?
Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare nei primi anni 90, nel vortice di un’onda sincera e positiva di rinnovamento. Ho iniziato a girare film, come Il portaborse che portavano anche nel cinema un moto sincero di indignazione popolare, in un momento in cui sembrava che l’opinione pubblica contasse qualcosa e che si potessero riscoprire valori sani come l’onestà e il senso dello stato.
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Non è andata esattamente così.
No, non è andata così. E, in più, sono napoletano...
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Una città complicata, al centro del mirino...
... che è diventata l’emblema negativo di tutta la “gomorra” del sud. In realtà, quella non è tanto Napoli, quanto la provincia, Caserta, una realtà più rurale che metropolitana. Non dico che Napoli sia immune dalla criminalità, ma nella sua confusione non riesce più a esprimere neanche una forma malavitosa organizzata ed è in balia di bande di ragazzini che non fanno riferimento a nessuno: nella loro follia, sperimentano per diventare capoclan.
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Ma lei aveva creduto nel riscatto della città promesso dal sindaco Bassolino?
Ma lei aveva creduto nel riscatto della città promesso dal sindaco Bassolino?
Sì, ci ho creduto. Lo conoscevo: era la migliore mente di una classe politica napoletana pulita. Ed ora cosa dire? Che l’esperienza politica napoletana è una tragedia greca, una parabola del rapporto col potere che corrompe di per sé, la dichiarazione dell’impossibilità di trovare un modo pulito di gestirlo. Fai cose che non vanno bene e ti assolvi, come se tu non te ne accorgessi e pensassi che, sempre e comunque, il fine giustifica i mezzi. Io la penso invece come Elsa Morante che, negli anni del terrorismo disse “I mezzi svelano il fine”. Mezzi sporchi e disonesti non possono portare niente di buono.
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Torniamo al cinema: lei è cresciuto all’ombra di due “Factory”, prima quella di Gabriele Salvatores, poi quella di Nanni Moretti. Come si vive in questi due “clan”?
Devo molto a tutti e due. Gabriele è stato il primo che mi ha aiutato, prendendomi a teatro per Comedians. Senza conoscermi. Cercavano un napoletano e hanno preso me. Poi il percorso si è interrotto, a volte basta poco, basta che un produttore alzi un sopracciglio e sei finto. Per fortuna poi è arrivato Nanni.
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Uomo difficile: siete amici?
Non siamo mai diventati amici, ma condividiamo un attaccamento profondo ai motivi più puri che ci hanno spinto a fare questo lavoro. E non stiamo a raccontarcela troppo. Nanni è uno dei pochi in Italia che se vuole fare una cosa, la fa esattamente come l’ha in mente.
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Il cattivo carattere diventa una qualità?
Il cattivo carattere a volte è solo l’ansia di controllare il prodotto finale per avere un rapporto leale col pubblico, senza alibi e dichiarando: quello che vedere è tutta e solo colpa mia.
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Ci ha mai litigato?
Non c’è un rapporto così dialettico che ti permetta di discuterci: si fa come si dice lui. Credo che mi abbia scelto perché sono molto diverso da lui. Nanni è la persona più conflittuale del mondo, senza conflitto si sente monco, mentre io col conflitto mi paralizzo.
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Lei ha avuto tre “patrie”: Napoli, Milano e Roma. Quale sente ora la sua città?
Sono tre mondi. Napoli sono le radici. Come canta Pino Daniele basta ‘na giurnata o’ sole e un amico che ti viene a chiamare. Ma poi devi fare i conti con le forme di repotenza quotidiana, di arroganza camorristica che hanno contagiato tutto e tutti e si insinuano dovunque. È molto faticoso fare i conti con una violenza che nasce dall’assoluta mancanza di regole. Milano è l’esatto contario, un eccesso di regole che porta alla solitudine e tanta mancanza di spontaneità.
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E Roma?
È la bellezza assoluta. Vivo a Campo dei fiori e ogni mattina, quando esco di casa, vedo la possibilità di sopravvivere al degrado. Qualunque disastro accada a Roma, ed è come se li richiamasse tutti, sembra che ne aumenti la bellezza, accentuando una decadenza che continua da duemila anni. E mi sembra che alla fine tutti i disperati del mondo lì, a Roma, un po’ d’accoglienza la trovano.