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Ridateci le donne di piazza Tahrir La gioia della folla maschile che ha festeggiato il neopresidente egiziano suona come un tradimento dei valori delle rivoluzioni arabe

Ridateci le donne di piazza Tahrir  La gioia della folla maschile che ha festeggiato il neopresidente egiziano suona come un tradimento dei valori delle rivoluzioni arabe

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Giovedì, 28 giugno 2012 12:29

Un grido trasmesso sui teleschermi di tutto il mondo ha sancito la gioia con cui il popolo egiziano ha accolto l’elezione di Mohammed Morsi alla presidenza del Paese. Ho usato la parola popolo, ma per dovere di precisione dovrei dire che tra la folla celebrante di piazza Tahrir in realtà c’erano solo uomini, neppure una donna. È vero che le telecamere erano troppo lontane per cogliere i dettagli, ma i fotografi e i blogger erano nel vivo della stituazione: nelle immagini a distanza ravvicinata si vedeva molto bene che la piazza, simbolo della rivoluzione egiziana, è entrata, come la rivoluzione stessa, in una nuova e diversa fase. Senza donne, il movimento di piazza Tahrir ha perso la sua parte innovativa, quella che aveva segnato il punto di rottura rispetto alla tradizione araba, moderata e non.

È curioso che di questa assenza non si sia accorto (quasi) nessuno. Certamente non ci ha fatto caso il neopresidente, ma neanche gli osservatori internazionali. La discussione politica si è infatti immediatamente animata riguardo agli equilibri di potere mondiali: certamente, l’elezione di Morsi consegna il più grande Paese arabo ai Fratelli musulmani, organizzazione in cui hanno militato anche diversi terroristi, come il medico Al Zawahiri, ufficialmente capo di al-Qaida dopo la morte di Osama bin Laden.

Il risultato delle elezioni egiziane è un cambiamento epocale sia per il Medio Oriente sia per i Paesi occidentali. Nell’immediato, ne risentiranno fortemente israeliani e palestinesi. I primi devono prendere atto che passa in mani radicali l’unico Stato arabo che aveva iniziato il dialogo con la loro nazione. Nell’enorme isolamento in cui si trova Israele dall’inizio delle rivolte dell’anno scorso, l’Egitto è il pezzo più importante del puzzle dentro il quale è sopravvissuta per quasi mezzo secolo, giocando fra le contraddizioni e le tensioni interne al mondo arabo. Tutto cambia anche per i palestinesi, divisi finora fra gli uomini del partito di Fatah, più aperti al dialogo con gli israeliani, e i radicali di Hamas che hanno subito festeggiato quella di Morsi come una vittoria personale.

Eppure, vale la pena ripeterlo, l’esclusione delle donne dalla rivoluzione egiziana è un segno inquietante, persino più delle molte previsioni catastrofiche su quello che potrebbe fare Morsi: di fatto, il neopresidente,  proprio perché espressione di un movimento radicale, sarà tenuto sotto stretta osservazione da tutto il mondo e dovrà districarsi fra i molti poteri del suo Paese, per esempio i militari, che hanno la forza per non dargli eccessivo spazio.

Non ci stanchiamo di ripeterlo: in Egitto manca fin da queste prime ore dalla proclamazione del nuovo presidente quello che di piazza Tahir ci aveva fatto sognare: i discorsi sulla libertà, la voglia di esprimere le proprie opinioni, le chitarre, il calcio, la politica, i video, i blog, i diari. In sintesi, ci mancano i giovani, le donne, le nuove tecnologie e le differenze d’opinione che, all’improvviso, la rivolta aveva messo in scena: una rottura che prometteva non tanto un cambio di governo, quanto un cambio sociale, un avvicinamento fra culture lontane.

Non è un caso che alle «voci mancanti» vada aggiunta anche quella dei cristiani ai quali, in certe parti dell’Egitto, non è stato nemmeno permesso di avvicinarsi ai seggi elettorali.

Lucia Annunziata - Editorialista de La Stampa, tutte le domeniche conduce
In 1/2 h su RaiTre. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti

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