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Regola d’oro della comicità: le battute altrui non si scippano mai

Regola d’oro della comicità: le battute altrui non si scippano mai

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Venerdì, 11 giugno 2010 12:23

Anni fa c’era una (bellissima) serie televisiva che s’intitolava Studio 60. Era il dietro le quinte di un programma di comici americano. Era un telefilm, quindi il programma era di fantasia, ma chiaramente ispirato al Saturday Night Live, la più famosa trasmissione di comici del mondo (da trentacinque anni in onda su NBC). La tradizione dei comici americani è fatta di stand up, monologhi. Ce ne sono di brevi nei programmi di terza serata, quelli di Jay Leno o di David Letterman, ma soprattutto è la formula con cui campano anche i comici che fanno altro (film o, appunto, programmi tv): serate, in giro per il Paese, a fare monologhi comici continuamente aggiornati sull’attualità, scritti dal comico stesso o dai suoi autori. Jay Leno ha di recente raccontato che lui vive di quello, nel senso che i guadagni che gli vengono dalla tv vanno in un fondo vincolato, e gli stand up, cioè i biglietti che il pubblico è disposto a pagare per sentirlo monologare, sono ciò che gli dà da vivere, e lussuosamente.
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Dicevo: anni fa c’era Studio 60. E una puntata era incentrata sul fatto che, nel momento in cui andava in onda il programma, un tizio scriveva su Internet che una delle battute che veniva detta era un plagio, e per dimostrarlo pubblicava la ripresa video di un misconosciuto stand up comedian che faceva la stessa battuta in un qualche oscuro night club. Ne seguiva il panico. Invece di rimandare la stessa trasmissione tre ore dopo (le reti americane hanno due emissioni, causa fuso orario), si faceva una seconda diretta con errata corrige. Per i comici, spiegava il conduttore per una volta serio, una cosa così era gravissima, non l’avevano fatto apposta, si scusavano molto. Seguivano altri equivoci; alla fine la conclusione, risalendo da un monologhista all’altro, era che la battuta in origine era stata scritta proprio da un autore di quella trasmissione, quindi la proprietà intellettuale era loro, quindi non avevano fatto niente di male.
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Il tutto era trattato come roba serissima, giustamente: se uno di mestiere fa ridere, scippare la capacità altrui di far ridere è il massimo della scorrettezza che gli sia possibile praticare nella sua professione. In rete gira un documentario di quaranta minuti. Si chiama Il meglio [NON è] di Daniele Luttazzi. Sono, messi in fila, monologhi americani di Chris Rock o di George Carlin o di Bill Hicks e quelli (identici) di Luttazzi. Lui dice (da anni, da che quella brutta bestia che è Internet ha iniziato ad accorgersi delle corpose analogie) che sono omaggi, cacce al tesoro, modi di tutelarsi da querele, e chi più ha scuse più ne metta. Oppure, a volte, dice che rielabora significativamente. Effettivamente Chris Rock diceva di guardare le donne che non fanno sesso orale «come un Betamax: siete ancora in produzione?!» e Luttazzi non dice «Betamax» ma «Commodore 64», e capirete che è una variazione autorale significativa.
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di Guia Soncini - Vive provvisoriamente a Roma da 17 anni. Ha pubblicato Elementi di capitalismo amoroso (Rizzoli)

5 commenti | tags: Daniele Luttazzi, Il meglio [NON è] di Daniele Luttazzi, Chris Rock, George Carlin, Bill Hicks, Studio 60, Saturday Night Live, Guia Soncini | permalink

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