Quel trailer che fa correre le donne al cinema
Giovedì, 27 agosto 2009 14:22
Perché un film entri nella mia categoria “non me ne frega niente di vederlo ma talmente niente che non ci andrei neanche se lo dessero al cinema sotto casa e avessi il televisore rotto”, basta una sola delle seguenti caratteristiche: film per maschi (più spari che baci, supereroi, robot, astronavi); film di miserie e sporcizie (niente martini bevuti indossando stilisti riconoscibili); film in costume (faccio eccezione per cascami di Jane Austen, ma con un certo sforzo). . Quindi, quando dopo un volo di troppe ore sono arrivata in albergo e ho aperto la posta e c’era una e-mail di amica ormonalmente in subbuglio che mi segnalava la diffusione del trailer di Sherlock Holmes, non le ho dato peso. Si sa che l’amica è pazza di quell’insipido biondino di Jude Law (che fa Watson), e di quell’altrettanto insipido biondino di Guy Ritchie (uno che dirige, appunto, film per maschi), e di certo si era fatta influenzare dalla bionditudine. Quando, alle tre di notte, mi sono svegliata dopo essere crollata per il fuso orario davanti a un qualche canale di cinema, e sul televisore acceso, con una coincidenza così improbabile che neanche gli sceneggiatori di Centovetrine oserebbero proporla, passava proprio quel trailer lì, ho pensato fosse un sogno. . Un sogno ben strano. In cui quel vertiginoso figo di Robert Downey jr. univa alla sua abituale irresistibilità una flemma britannica da mangiarselo. In cui quell’inarrivabile figo di Robert Downey jr. se ne stava nudo, ammanettato al letto, con un cuscino sulle innominabilità, chiedendo a una cameriera scandalizzatissima di sollevarlo per recuperare le chiavi. In cui Robert Downey jr. (non ricordo se vi ho già detto che è figo) trasformava un film in costume su un detective inglese in un film per femmine in calore. Non son mica più riuscita a dormire. Colpa del fuso. . Come le più attente lettrici di questa rubrica sanno, uno dei grandi misteri italiani è fin qui stato il motivo del mio abbonamento a Sky Cinema, sui cui canali mi sintonizzo meno spesso che su Caccia&Pesca. Finalmente, Sky si è guadagnata il mio denaro. Sul fuso da ritorno, mi ha trasmesso in fila due film con Robertino. Iron Man non era esattamente il mio genere (un miliardario che si costruisce un robottone per combattere i cattivi, suvvia: io da piccola guardavo Candy Candy, mica Goldrake), tuttavia sono rimasta lì due ore a desiderare d’essere la sua segretaria, con quell’eterna tensione erotica mai consumata che mi porterebbe all’esaurimento nervoso entro una settimana. . Su Charlie Bartlett mi sono arresa: se alle tre di notte guardi un film in cui lui fa il preside di un liceo di disadattati, e anche in quel ruolo lo trovi il più smaterassabile di tutti, allora hai quella malattia che ti fa prendere la metropolitana per andare a vedere un film in costume in un cinema lontano: si chiama vero amore, e si cura recuperando le chiavi delle manette sotto al cuscino. . di Guia Soncini. Vive provvisoriamente a Roma da 18 anni. Ha pubblicato Elementi di capitalismo amoroso (Rizzoli).
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